Adattando il verbo inglese “to blow up” al gergo fotografico, ecco che possiamo figurarci la comune operazione di “ingrandimento” di una foto; quell’ operazione che consente di osservare più da vicino i dettagli, che permette di notare particolari altrimenti trascurabili, ma che rende il tutto meno nitido: più si esaspera in avanti il “ritaglio”, meno si percepiscono gli elementi e i contorni di una scena; più evanescenti divengono le forme.

Il mondo di Blow Up è un mondo fatto di finzioni, di apparenze. Di trucchi. Una realtà paradossale, metaforica, enigmatica, i cui contorni, invisibili ad occhio nudo, divengono più chiari a mano a mano che si guarda più da vicino; una realtà, tuttavia, che diviene sempre meno spiegabile e definibile nelle sue sfaccettature al suo concreto e progressivo manifestarsi.

Ingrandendolo, l’oggetto stesso si scompone e sparisce. Quindi c’è un momento in cui si afferra la realtà, me nel momento dopo sfugge.

(Michelangelo Antonioni)

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Thomas è un fotografo di spicco; un fotografo “di strada” e un fotografo di moda. Conserva un esemplare di macchina fotografica nel cruscotto della sua cabriolet; vaga per le vie di Londra. Cerca. Scatta. Suona forte il clacson in un vicolo che appare disabitato, con il solo fine di provocare una reazione da parte di qualcuno.

Al parco salta, corre a perdifiato; spaventa dei piccioni per farli volare e per poi scattargli una foto. Sceglie di dormire in un ospizio per senzatetto per immortalarne le abitudini, i volti e i tratti.

Thomas, egli stesso, vive nella sua propria, personale finzione. Nelle menzogne che inscena nei confronti della sua donna; nella distruzione e nella ricostruzione del suo presente, dove gli oggetti, le donne e le sue stesse àncore mentali, divengono burattini di cui godere, dei fantocci e feticci da gestire, manipolare; distruggere, riprogettare. Riadattare. Come la scelta dell’uso di un’elica per la scenografia di un suo set. Come reinventare in maniera quasi narcisistica il tempo di un pezzo jazz di Herbie Hancock.

Ma sarà la scoperta dell’ambiguità delle cose, della relatività delle certezze che lo hanno circondato fino a quel momento, a provocargli una destabilizzante alienazione: diviene testimone oculare di un omicidio.

Un omicidio a cui si accorge di aver assistito, soltanto dopo aver sviluppato un rullino in camera oscura.

Una donna al parco tra le braccia di un uomo; una calma piatta, una volatile e tranquilla desolazione: il teatro di un delitto perfetto?

Blow up è la pantomima di una consapevole e cosciente fuga dal presente, dove la menzogna, la beffa, l’inganno, divengono la via per comprendere l’attualità delle cose. O per lasciarsi non-comprenderle.

BlowUp2

La simulazione s’interseca con l’errore; l’apparenza si confonde con la realtà, in una chiave paradossale, assurda. Scettica. Assurdo diviene lo shooting di una modella, dove il tentativo di penetrarne la bellezza con la macchina, ricorda la simulazione di un atto sessuale o di una “violenza” carnale; una sorta di “amplesso fotografico” dove i suoi protagonisti non sono nient’altro che gli autori di un’opera d’arte. Le apparenze di Blow up sono le stesse persone a costruirle. Sono gli stessi protagonisti ad inscenare una sciarada, dove si arriva a simulare una partita di tennis, pur non avendo alcuna pallina da gioco.

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In questo capolavoro di Michelangelo Antonioni, i protagonisti vivono una noia silenziosa, che ha qualcosa di borghese e che sa di vizio. Assistono ad un concerto rock, muti ed immobili; scatenano l’inferno se il proprio idolo spacca la chitarra e ne tira il manico verso la folla.

Le modelle di Blow up si svestono per uno scatto; strisciano nude e si azzuffano in risate feline e goderecce pur di avere le attenzioni del fotografo; pur di vedersi ritratte.

Dei pagliacci, emblema della finzione e dello scherno, strabordano da un carro in piena, sferragliando come “autentici sbarazzini della strada”; come i Drughi di “Arancia Meccanica” o come dei chiassosi sessantottini (peccato che siamo ancora nel ‘66).

E poi che resta?

Il falso, il doppio; l’inafferrabile e l’incomprensibile. L’assurdo, l’invisibile. I misteri e le ossessioni umane.

Occorre credere a tutto ciò.

Pillola rossa o pillola blu?” dirà qualcuno, qualche anno dopo.

foto: mymovies.it; pleasurephoto.wordpress.com; watchesinmovies.info

2 thoughts on “Il film “Blow up” e l’ambiguità del reale.

  1. Bella recensione di un film che a suo modo ha fatto la storia del cinema, soprattutto per la capacità di influenzare autori delle successive generazioni (penso al f.f. Coppola de La conversazione o a Brian de Palma)… e poi l’ingrandimento della foto lo troviamo anche in blade runner…

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  2. Grazie Vincenzo
    Senza ombra di dubbio un film che ha fatto la storia e che ha ancora tanto da insegnarci. Il richiamo a “La conversazione” di Coppola mi sembra un’ ottima osservazione!
    Ciao 🙂

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