Bianco e nero. Gli stessi colori del vecchio cinéma francese, ma con qualche aggiunta. Nella scena iniziale, si vede il Mondo riflesso in un liquido scuro; poi una bottiglia molotov. Tutto improvvisamente brucia. Sottofondo reggae: é “Burnin’ and lootin’” di Bob Marley.

Poi scene di repertorio. Proteste; scontri di piazza: buoni contro cattivi; i lupi contro le pecore.

Un film scandito da un ticchettìo d’orologio; un film che percorre il disfacimento inerme di tre uomini qualunque nelle 24 ore di una giornata qualunque.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene.

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

(voce narrante – L’Odio)

Una giornata come tante in una delle innumerevoli banlieue parigine. 

Un film che nasce dalle ceneri di quello che avrebbe potuto essere un autentico documentario sul disagio delle periferie parigine di metà anni ’90, ma il regista Mathieu Kassovitz, è stato capace di plasmarne un film, che non pecca di sociologismo da talk show, ma che osserva super partes; che commenta senza filtri o schieramenti, narrando il disagio e la dissoluzione in un linguaggio reale e realista, apolitico; a tratti quasi ironico. (non esiste solo François Truffaut in Francia, chiaro?)

Un giorno uguale a tutti gli altri per l’ebreo Vinz, il maghrebino Said, e il nero Hubert. Un giorno che avrebbe potuto essere come tutti gli altri se il loro amico 16enne Abdel non fosse stato pestato dalla polizia in seguito agli scontri del giorno precedente; quegli eventi che ora lo lasciano sospeso tra la vita e la morte su un letto d’ ospedale.

Tre uomini che si muovono, si scagliano contro il mondo, come militanti armati da nient’altro che Odio allo stato puro. In bilico tra l’ambizione di guadagnarsi il rispetto e la rassegnazione inerte di quella vita di periferia, emarginata ed alienante; nel dimenticatoio delle istituzioni e capro espiatorio per quella polizia dalla violenza facile.

Si vive, e si sopravvive.

Non si lavora, ma si spaccia. Se arriva la polizia, si scappa.

I discorsi sono superflui, insensati. Si parla di droga, di donne facili, di cose inutili.

Poi si passa un po’ di tempo ad insultare qualcuno per strada che ci guarda con fare di sfida. Si parla in slang, con parolacce che ci gonfiano il petto. Perchè se offendi qualcuno sputando addosso Odio ad un centimetro dalla sua faccia, ti guadagnerai il suo rispetto.

Poi si ricomincia, si va. Sono le 18.30, c’è un tizio in garage che fa breakdance.

Si attende una salvezza che non arriverà mai. Un giorno me ne andrò di qui, magari troverò un lavoro.

Non importa quale destino mi attende. Ho trovato questa pistola, apparteneva ad un poliziotto. E la userò per vendicare Abdel , che lotta tra la vita e la morte per colpa di quello sbirro di merda dalla pallottola facile. Se muore uno di noi, uccideremo uno di loro.

E alla fine non importa chi uccide chi: si ode un colpo di pistola; poi lo schermo buio. Poco importa chi è stato; poco importa il volto della vittima. E’ una folle rissa tra anime in pena, in cui nessuno è vincitore, ma sono tutti sconfitti. Una folle corsa che li vedrà tutti arrendersi ad un destino che li farà fuori uno ad uno come cani.

Ma fin qui tutto bene.

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(Vincent Cassel in Vinz ne “L’Odio”)

Innumerevoli i richiami: uno straordinario (ed esordiente) Vincent Cassel davanti allo specchio come Robert De Niro in Taxi Driver; come anche la frase sul muro “Le Monde est à Vous” vista in Scarface.

Non ci sono sintomi di tristezza, di sconforto; sarebbe inopportuno parlarne. Solo tre uomini dal passo tronfio e borioso. Sullo sfondo un contesto metropolitano, underground, dimenticato e dai muri scrostati. Una realtà immobile ed autogestita, dove non sembrano vigere regole; dove vince il più forte; dove sperare di arrivare all’alba del giorno seguente, costringe a vivere alla giornata, senza vincoli, nella dissoluzione dell’incertezza. Si vive anestetizzati, di sguardi vacui e discorsi insensati che non conducono da nessuna parte.

Tre uomini che sfidano a duello la Parigi bene, infilandosi ad una galleria d’arte moderna (di quelle con le opere incomprensibili) o rubando una macchina.

L’Odio è una denuncia, che ha l’aria di essere ancora attuale ed ultramoderna pur appartenendo al cinema della vecchia guardia. Un film che non porta da nessuna parte, come le vite dei suoi protagonisti; un film che affascina, ma che costringe alla riflessione. 

Ci si immerge per 95 minuti in una realtà che non ci appartiene, e di cui abbiamo la fortuna di poter solo immaginarne, con autentica vividezza, i profili drammatici e rovinosi, lontano da ogni qualunquismo.

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(Hubert Koundé in Hubert ne “L’Odio”)

L’ Odio vinse il premio Miglior Regia al Festival di Cannes nel 1995.

Meritatissimo.

 

 

Foto: quinlan; sinefesto; Nuovo Cinema Locatelli

2 thoughts on “L’ Odio – (La Haine)

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