Svasata, tartan, a tubo, plissè, mini, midi, denim, pelle, patterned.

Che vi piaccia o no, il tempo e le epoche la confermano ancora come il capo d’abbigliamento più sexy che una donna possa indossare.

Ma andiamo oltre.

Al di là delle mode e dei culti, la minigonna nacque in un contesto in cui esplodeva la guerra del Vietnam, Martin Luther King riceveva il premio Nobel per la pace, e si diffondeva la Pop Art, il che la incoronò non di certo come semplice indumento cult, ma come strumento di protesta. Un discusso e scandaloso manifesto di reazione.

Siamo negli anni ’60. Immaginate lunghi e castissimi abiti arrivare fino ai piedi. Il primo spiraglio intrepido di caviglia si era visto solo negli anni ’50; ma nei mitici ’60 la sfrontatezza diventa il cavallo di battaglia di una generazione.

E’ una giovane stilista di nome Mary Quant ad inventare la minigonna, ispirandosi all’automobile Mini: nel 1955 apre a Londra la boutique Bazaar in Kings Road, fondando uno stile giovane e ribelle, ma soprattutto low-cost, che insieme alla Beatlesmania sarebbe stato uno delle colonne portanti della Swinging London.

La prima minigonna aprì le danze a quella protesta “in gonnella” che vide le donne propense ad emanciparsi, passo dopo passo, verso una libertà di costume spavalda e provocatoria, rappresentando terreno fertile per quello che poi negli anni ’70 caratterizzerà il movimento hippy: l’amore libero, la parità dei sessi; il nome di Janis Joplin sul palco di Woodstock.

Una rivoluzione copernicana dai connotati dibattuti e confutati, che è stata capace di plasmare un atteggiamento schietto; senza costrizioni e vincoli. Un’ onda sociale che avrebbe attraversato i decenni e che arrivò a far nascere, per le donne, nuovissime esigenze e tendenze: dai collant, ad una biancheria indubbiamente più minimal; un corpo più asciutto, delle gambe sempre più sottili.

E i taboo e le restrizioni per la prima volta vengono spodestati.

Ci sarà un perchè se poi la Regina investe Mary Quant con l’onorificenza di Cavaliere della Corona Britannica.

Decine di donne che corrono in sartoria per togliere sempre più centimetri alla stoffa, diventa una storia di tutti i giorni.

In poche parole: con l’avvento degli anni 70 la vita diventa sempre più bassa, e l’orlo sempre più corto. 

“Le vere creatrici della mini sono le ragazze, le stesse che si vedono per strada”

(Mary Quant)

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(Mary Quant)

E la donna diviene sfacciata. Irriverente. Scandalosa, anche.

Osava mostrare le gambe con quella disinvoltura così schietta ed irritante, che i maschietti per la strada cominciano soffrire di torcicollo. Sonori fischi, per quelle gambe longilinee, magrissime. Le pin-up formose taglia 46 spariscono improvvisamente dalla circolazione, passando il testimone a quelle stoffe che arrivavano fino ad 8 pollici sopra il ginocchio! (circa 17-20,3 cm)

Ora la scena è dominata da signorine mascara-e-eyeliner di 36 kg come la parrucchiera di 17 anni Lesly Hornby: sarà la celeberrima Twiggy.

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(Lesly Hornby in arte Twiggy)

Ma le “avanguardie” di quelle gonne minimal non hanno avuto certo vita facile.

Dal proibizionismo morale, al malcontento delle legislazioni che volevano addirittura vietarle; a Coco Chanel e Dior che la bocciano in toto definendole indecenti ed oscene.

L’accorciarsi della gonna diviene direttamente proporzionale al desiderio di emancipazione e libertà sessuale; un espediente attraverso cui la donna azzarda nell’iniziare a dare una voce a se stessa, manifestando la volontà di una vita nuova, indipendente e separata dall’egemonia maschile.

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E se accorciare la gonna era un modo per sentirsi più sexy, o più emancipate, fortunatamente nei decenni successivi, la minigonna-mania riacquistò il posto che merita, nelle sfilate, e tra le vetrine dei negozi, riuscendo addirittura a far storcere il naso a molti stilisti, che arrivarono a rifiutarsi di produrla e a “riallungarla” inesorabilmente.

Insomma.

Quel “sogno” era davvero divenuto realtà? Opinioni e pareri diversi dividevano indubbiamente la società: la donna si confermava ancora come “oggetto” e utile strumento di vendita per le pubblicità e per i media durante tutti gli anni ’60; se la donna aveva la possibilità di votare, non aveva però la possibilità di scegliere. Per alcuni, quella nudità così sfacciatamente ostentata nella minigonna, non era nient’altro che un temibile passo indietro per l’emancipazione femminile; un’ ingenua trovata che aumentava esponenzialmente soltanto la sua figura di oggetto di attrazione sessuale; un oggetto che non lasciava, per di più, alcun posto all’immaginazione. In Francia la polizia accusò le mini come la principale causa di atti di violenza carnale.

Credete che basti provocare, per far sentite la propria voce?

(foto: key4biz, la fenice;bigodino; pinterest.com)

2 thoughts on “Gli anni ’60, e quella minigonna sempre più corta.

  1. La provocazione in effetti è un mezzo che sollecita una risposta, nel bene o nel male ci si trova a dover gestire le obiezioni. Ma non sempre è sufficiente a far sentire la propria voce, la provocazione deve essere affiancata ad un atteggiamento costante. Molte donne a mio parere hanno indossato la minigonna, ma poche hanno continuato negli anni la loro emancipazione.

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    1. Come avrai letto, sono assolutamente d’accordo con te. Provocare è sicuramente un modo per attirare l’attenzione, ma trovo un po’ meschino cercare di dare all’occhio, per una causa così delicata e peraltro nobile come l’emancipazione, scoprendo centimetri di pelle. E dicendo ciò mi riferisco anche a tutti quei moti “femministi” che vanno di moda ora. Quanta amarezza!
      Ciao 🙂

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