Come è bello perdersi per Roma. Mi ricorda tanto quel Gep Gambardella de “La Grande Bellezza, anima errante e irrisoluta, che si ritrova a girovagare senza meta tra le strade di una città addormentata, illusa, giocosa; affascinante ma al tempo stesso corrotta, come una donna arresa ma pur sempre bellissima.

Roma è ciò di cui voglio parlare oggi, di me che, un po’ come quel Gep Gambardella, qualche anno fa si perse accidentalmente tra le strade del quartiere Trieste, e venne a conoscenza di questo angolo di Roma cosi magico, fiabesco e ancora (troppo) sconosciuto.

Tra la Via Salaria e la Via Nomentana, nei pressi di Piazza Buenos Aires, sorge il complesso del Quartiere Coppedè, un favolistico miscuglio di architetture in Arte Liberty e Art Decò comprendente 26 palazzine e 17 villini, realizzato dall’eclettico Gino Coppedè, tra il 1913  e il 1927.

Fin da subito, Coppedè dovette fare i conti con una società antiquata e niente affatto uniformata al gusto della modernità come il resto delle capitali europee; non solo ma il passato della Roma dei Papi, non venne di certo in aiuto all’architetto nell’ideazione, rappresentando lo stile Liberty dei primi del ‘900, una drastica rottura fatta di sfarzo eccentrico e sofisticato, rispetto all’ omogeneità funzionale ed imperiosa dell’architettura romana.

Per questo, l’architetto genovese Gino Coppedè ebbe il grande merito di inventare e plasmare qualcosa che facesse proprio il caso di Roma, adattandole il gusto Liberty in mille chiavi diverse, e sporcandolo in un meticcio fatto di stili bizantino, medioevale, barocco, greco, dando forma ad un risultato che ha a dir poco qualcosa di eccezionale ed unico.

Preziosi mosaici, fregi, volte, archi, colonne, dipinti dai colori del giallo, dell’oro e della porpora.

Arrivando da Via Tagliamento, ecco pararsi davanti agli occhi il gigantesco arco che collega i due Palazzi degli Ambasciatori, il tutto incorniciato dalla magnificenza dello splendido lampadario in ferro battuto, che apre il sipario verso Piazza Mincio: lo spazio centrale è occupato dalla Fontana delle Rane, e alle spalle lo sfarzo e la sontuosità del celebre Villino delle Fate.

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(Il Villino delle Fate e un dettaglio della Fontana delle Rane – Foto di Stefania Giacalone)

Già a partire dalla facciata del Villino delle Fate, si possono ammirare intarsi, fregi, decorazioni, colori, e una grandissima molteplicità di materiali ed influenze differenti: dall’omaggio a Firenze con la scritta “Fiorenza Bella” alle decorazioni che rimandano a Dante e Petrarca; nel lato di Via Brenta, si vede invece trionfare Venezia con la raffigurazione del Leone di San Marco.

L’originalità di questo palazzo, è suggellato dall’uso di stili diversi, di asimmetrie e materiali differenti: dal marmo, al laterizio, al travertino; ma anche terracotta e vetro,  impreziositi in un effetto scenico che ricorda i ricami d’oro su seta. E la fastosità della facciata è adottata senza soluzione di continuità anche negli interni: mosaici, affreschi, colonnine e legni, impreziosiscono le stanze di questo capolavoro d’arte.

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(dettaglio del Villino delle Fate – foto di Stefania Giacalone)

La piazza è circondata da fabbricati differenti per forma e dimensione; l’ edificio più rilevante, decorato in modo sovrabbondante e fantastico è il Palazzo del Ragno di ispirazione assiro-babilonese che si contraddistingue per un grande ragno sulla facciata.

Il Palazzo è sito in piazza Mincio 4 e risale al 1920 circa.  Sopra di esso vi è un dipinto color ocra e nero raffigurante un cavallo sormontato da un’incudine tra due grifoni con dalla scritta “Labor”. Sul prospetto di via Tanaro vi è effigiato il motto:

 “Maiorum exempla ostendo

   artis praecepta recentis”

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(foto di Stefania Giacalone)

La dimensione eccentrica, bizzarra, a tratti arcana ed impenetrabile, ha ispirato persino il cinema: vittima del suo fascino fu Dario Argento nella sua eccellente pellicola de “L’uccello dalle piume di cristallo“, come anche “Inferno“; il Quartiere fu utilizzato magistralmente anche da Nanni Loy in “Audace colpo dei soliti ignoti” con Vittorio Gassman.

Tuttavia, il Quartiere rimase incompiuto da Coppedè a causa della sua morte avvenuta nel 1927 e l’opera fu completata da Paolo Emilio Andrè.

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(dettaglio del Palazzo del Ragno – Foto di Stefania Giacalone)

Non solo ma il Quartiere Coppedè, è anche sede di molte ambasciate internazionali, quali quella del Sudafrica, Marocco e Bolivia.

Altri capolavori, dettagli e splendidi minuziosi particolari, possono rinvenirsi tra Via Olona, Via Brenta e Via Ombrone.

Basta fare un giro nel quartiere e lasciarsi semplicemente guidare dall’ispirazione.

Come Gep Gambardella, insomma.

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(Palazzina in Piazza Mincio – Foto di Stefania Giacalone)

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(Foto di Stefania Giacalone)

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(dettagli gotici – Foto di Stefania Giacalone)

(foto di copertina Stefania Giacalone)

4 risposte a "Due passi nel Quartiere Coppedè"

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