locandinaVenerdì 13 gennaio, andrà in onda su Rai 3 “Il giovane favoloso”, film del 2014 di Mario Martone, dedicato a Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano. Vincitore di numerosi premi:

  • David di Donatello per il miglior attore protagonista 2015: Elio Germano (terzo per il protagonista Elio Germano: gli altri due sono arrivati per Mio fratello è figlio unico nel 2007 e La nostra vita nel 2011)02_il_giovane_favoloso
  • David di Donatello per il miglior costumista 2015: Ursula Patzak
  • David di Donatello per il miglior scenografo 2015: Giancarlo Muselli
  • David di Donatello per il miglior truccatore 2015: Maurizio Silvi
  • David di Donatello per il miglior acconciatore 2015: Aldo Signoretti, Alberta Giuliani
  • Nastro d’argento al film dell’anno 2015: Elio Germano, Mario Martone, Palomar

Il film ha conquistato davvero tutti, compresi gli eredi del celebre poeta. Tanto che Olimpia Vanni ha messo a disposizione le proprietà di famiglia per le riprese; e suo padre, il conte Vanni, ha partecipato al film in un cameo come cocchiere.

In occasione della trasmissione del lungometraggio sulla rete generalista, vi proponiamo un breve excursus nella vasta e varia produzione del poeta recanatese, incentrando la nostra indagine su una delle tematiche a lui più care: l’immagine della Luna.

La figura di Giacomo Leopardi è un connubio tra genialità e arte; la sua cultura, la sua capacità di apprendimento è eccezionale se pensiamo ai cosiddetti <<sette anni di studio matto e disperatissimo>> (1809-1815), la sua immensa produzione. Il Leopardi riesce con i suoi versi e con alcune pagine della sua prosa, a creare immagini così nitide ed incisive che lo portano a “guardare” verso l’indeterminato, tanto da divenire leggere.

E’ inevitabile iniziare questa riflessione a partire dall’Infinito, primo vero e proprio idillio leopardiano, composto a Recanati nella primavera del 1819. Nei 15 versi di cui consta il componimento, il poeta riesce ad esprimere, immaginando, la visione di spazi infiniti, che prescindono dalla loro concretezza. Il silenzio, la quiete divengono per il poeta, insieme alla contemplazione immaginifica di questa immensità, motivi di riflessione, sul passato, sul presente, e la sua stessa vita sembra sublimata in questa vastità senza confini, lontana addirittura dal dolore. Questo idillio è una vera e propria analisi introspettiva del poeta: già dal luogo intuiamo il tratto autobiografico, il colle si trova infatti in prossimità di casa Leopardi, e lui era solito recarvisi, quasi in un rifugio sicuro, dove poter riflettere sul senso profondo dell’esistenza, fino a smarrirsi. La sua immaginazione è solo suscitata dalla vita naturale, esteriore; il vento, sebbene irrequieto, diviene per lui un silenzio profondo. La solitudine, la malinconia, la vista, e piuttosto l’impressione, della natura spingono il suo spirito ad elevarsi, tramite la fantasia.

Unknown-1.jpegL’infinito, del resto, è paragonabile al piacere; per l’uno l’immaginazione per l’altro le illusioni e come termine comune la poesia, il cui fine è il diletto. Anche qui, come nella vana ricerca del piacere, si avverte la fugacità del tempo che scorre, ineluttabile, e senza scampo per l’uomo: «e mi sovvien l’eterno,/e le morte stagioni, e la presente/e viva e il suon di lei». Leopardi, negli ultimi versi riprende in un certo senso coscienza di sé, ma ciò è solo il preludio del dolce annegamento del pensiero nell’infinito; lui, solitario, si perde in quell’immensità, da un lato familiare e per questo tanto intima, dall’altro sconosciuta, «ove per poco/il cor non si spaura », che contempla e provoca in lui un immediato senso di piacere.

Leggendo le liriche leopardiane ho spesso incontrato la presenza della Luna. Pensiamo anche al “Dialogo della Terra e della Luna” nelle “Operette morali”.

Nel loro dialogo sospeso nell’Universo, la Terra e la Luna scoprono che dove c’è vita, là, c’è l’infelicità; perciò tutto il cosmo ne è partecipe. La Terra suppone che la Luna, se abitata, dobba esserlo necessariamente da uomini; il nostro pianeta rappresenta, dunque, metaforicamente il pregiudizio umano, la credenza popolare: interroga infatti la Luna <<se veramente, secondo che scrive l’Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche…>>. Ingenuo è dapprima quel dialogare stupito della Terra che chiede alla Luna le verità a noi nascoste sulla sua superficie e sulle strane forme di vita. La conclusione del dialogo è fortemente disillusa; emerge, infatti, la consapevolezza, da parte dei due pianeti, dell’infelicità dei loro abitanti.

Ma la partecipazione della Luna non si limita a questo dialogo; pensiamo a “La sera al dì di festa”, idillio composto a Recanati nel 1820. (vv.1-16)

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la Luna, e di lontan rivela

Serena ogni montagna. O donna mia,

Già tace ogni sentiero, e pei balconi

Rara traluce la notturna lampa:

Tu dormi, che t’accolse agevol sonno

Nelle tue chete stanze; e non ti morde

Cura nessuna; e già non sai nè pensi

Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

Appare in vista, a salutar m’affaccio,

E l’antica natura onnipossente,

Che mi fece all’affanno. A te la speme

Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro

Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Leopardi focalizza subito l’attenzione sullo spazio della scena che i suoi versi descrivono: la notte, silenziosa, e la Luna, che con la sua luce illumina i profili dei monti nei pressi di Recanati. Ancora una volta l’immagine è familiare, immaginiamo che è ciò che il giovane Giacomo poteva osservare in una serata di luna piena dalle finestre del palazzo paterno. Si rivolge ad una donna, forse una fanciulla che aveva incontrato per caso nelle vie del paese; lei dorme, serena, priva di ogni preoccupazione, al contrario, il poeta non riesce a prendere sonno, poiché la giovane ha aperto in lui una «piaga» «in mezzo al petto». È solo l’avvio della sua riflessione, che si concentra, nei versi successivi, sulla Natura, matrigna, che a lui ha negato anche la speranza, e lo ha condannato ad un’esistenza dominata dal dolore, dal pianto. (vv.17-33)

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli

Prendi riposo; e forse ti rimembra

In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

Quanto a viver mi resti, e qui per terra

Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

in così verde etate!Ahi, per la via

odo non lunge il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi si stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

Ogni umano accidente.[…]

Di nuovo si rivolge alla donna: lei, dopo aver preso parte ai divertimenti del giorno festivo, si riposa, e forse nel sonno ripensa alle sue conquiste. Il poeta escluso da queste piccole gioie, riflette, solitario, sul suo destino: si chiede quanto gli resti da vivere, come una punizione, una sofferenza da cui liberarsi. Intanto, il canto di un artigiano che torna a casa, richiama la sua attenzione alla realtà: tutto scorre, il tempo, crudele, si impone sugli uomini, e nulla rimane, tutto è effimero, fugace. Anche la grandezza dei più maestosi popoli antichi si è persa, «tutto è pace e silenzio», e oramai nessuno si cura di quella gloria antica conquistata con il fragore delle guerre. Il poeta riflette poi su sé stesso: lui non gode della sua giovinezza, non festeggia, ma rimane in disparte, pieno di dolore, «in veglia».

Il giorno festivo, oltre ad essere uno spunto poetico autobiografico, presumibilmente, infatti a Recanati si svolgevano feste di paese; vuole essere metafora della giovinezza. Il poeta, così come non si rallegra nel giorno festivo, non gode nemmeno della sua giovinezza. Lui rimane in disparte, motivo già suggerito ne “Il passero solitario”, che ramingo, era la rappresentazione del Leopardi stesso, anche se l’uno per natura, l’altro a causa di questa stessa. Ancora una volta, dunque, emerge il profondo isolamento del poeta, che si risolve nella sua riflessione sullo scorrere inesorabile del tempo, di quel tempo che, una volta passato non tornerà; al pari del dì festivo, che, una volta concluso, alla sera, succederà la giornata lavorativa, quella maturità è oramai disillusa, e proprio per questo ancor più infelice. La Luna, dunque, suggerisce un’idea di Leggerezza, in quanto, la sua contemplazione suggerisce quasi un’idea di straniamento, rispetto alla consapevolezza del poeta della fugacità della giovinezza e dell’impossibilità, data la finitezza dell’uomo, di raggiungere il piacere, se non in modo effimero.

Il Leopardi si rivolge direttamente al pianeta nell’idillio composto a Recanati nel luglio del 1820, “Alla Luna”; essa non suscita un sentimento vivo, ma solo un ricordo di amore e di dolore, che si esprime in un susseguirsi di versi intimi e musicali. (vv.1-5)

O graziosa luna, io mi rammento

che, or volge l’anno, sovra questo colle

io venia pien d’angoscia a rimirarti:

e tu pendevi allor su quella selva

siccome or fai, che tutta la rischiari.

Questo idillio è l’emblema della poetica leopardiana del vago e dell’indefinito. La luna, che periodicamente appare, cresce e scompare, per riapparire di nuovo, dà testimonianza a livello cosmico del divenire umano, del ritmo vita-morte, o vita-morte-vita. Come per il poeta era tanto forte la ricerca del significato e del fine dell’esistenza e lo scorrere inesorabile del tempo, che fa sì che la giovinezza sia un attimo fugace, così come al piacere vero e proprio, inarrivabile, sia da preferire la trepidante attesa dello stesso; così, la Luna diviene emblema della scansione della vita, simbolo paradossale di un divenire perennemente statico, legata sì ad aspetti generativi, ma nello stesso tempo anche a quelli di morte.

Legato strettamente a quest’idea di una Luna dal ritmo ciclico è il componimento “La vita solitaria”, del 1821; in quest’idillio il Leopardi fuse una serie di fremiti lirici; esso si articola in tre momenti: il mattino, il meriggio e un notturno lunare.

O cara Luna, al cui tranquillo raggio

danzan le lepri nelle selve; e duolsi

alla mattina il cacciator, che trova

l’orme intricate e false, e dai covili

error vario lo svia; salve, o benigna

delle notti reina…

Alla mente del poeta si affollano i muti incanti della Natura, goduti e sofferti forse nei soliti soggiorni estivi nel rustico di San Leopardo. Fra molte immagini vive, torna il rimpianto dell’amore e della giovinezza, reso più desolato dall’indifferenza della natura e della solitudine interiore. La sola Luna è invocata dal poeta, quasi volesse che Lei lo elevasse nella sua Leggerezza.

Vorrei concludere questo percorso sull’immagine della Luna nella produzione leopardiana, con uno dei più sensibili ed emozionanti componimenti dell’autore, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, composto a Recanati 1829-1830.(vv.1-20)

Che fai tu, Luna, in ciel? Dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move le greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

In un articolo apparso sul “Journal des Savants” di Parigi, il barone russo Meyendorff asseriva che nelle steppe dei Kirghisi i pastori nomadi solevano trascorrere la notte seduti su un sasso a guardare la Luna, improvvisando nenie melanconiche, quasi dei canti tribali. Da questa ispirazione occasionale nasce la grande lirica del Leopardi, il quale si veste dei panni primitivi del pastore per ammirare con ingenuo stupore l’universo e per lanciare alla luna angosciosi interrogativi sul mistero della vita e sul destino del mondo. Il dolore del pastore, sotto il tremulo chiaror della luna, diviene il dolore dell’umanità e sale verso i cieli infiniti a scoprire il perché della vita. Nella lirica c’è il mistero degli spazi siderali, l’eternità del tempo, lo smarrimento e l’angoscia del cuore umano. Leopardi allude alla musicalità dei canti dei pastori scrivendo in settenari, e facendo terminare ogni strofa con la sillaba “ale”. Emerge qui l’assoluta pochezza e insignificanza dell’essere umano in seno alla Natura; la tragica assurdità dell’ansia di felicità dell’uomo, come delle sue domande sul senso della vita. Ciò che più colpisce è la solitudine dei pastori della steppa, nella notte immensa; in questa immensità i pastori si rivolgono alla Luna, in un dialogo che costituisce il motivo centrale della lirica (ricordiamo Verga e Pirandello). Il pastore che è l’alter ego del Leopardi, si trova tuttavia in una situazione preculturale, e forse proprio da questa prende la forza di tentare di comunicare con la Luna. Nel paesaggio, del resto, è riconoscibile, come in molti altri componimenti, la memoria domestica del poeta, il paesaggio recanatese, che sembra accomunarsi alle infinite steppe russe, secondo i toni della poetica del vago e dell’indefinito.

Con quest’immagine icastica si conclude la riflessione sul motivo lunare in Giacomo Lepardi, lui che si è rifugiato così tante volte nella maestosità e nella luminosità della Luna, come riparo, come evasione, quasi a voler ascendere nella sua leggerezza.

 

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