Un ago. Una pupilla dilatata. Poi l’estasi.

Un loop pietoso che avviluppa tutta la pellicola.

Un loop che arriva a toccare le paure; lo stomaco, il cervello. Diventa insopportabile; in alcune scene distolgo lo sguardo; guardo altrove: al mio braccio sano, senza lividi.

“Requiem for a Dream”, di Darren Aronofsky, viene presentato al Festival di Cannes nel 2000, risultato di un adattamento cinematografico dell’ omonimo romanzo di Hubert Selby edito nel 1978.

I soliti temi, direte.

Siamo lontani anni luce dalla comicità grottesca di “Trainspotting” o da quella psichedelica di “Paura e Delirio a Las Vegas“. Qua si fa sul serio. Qua abbiamo vite sole, emarginate, senza speranze; vite deliranti e spezzate; fragili e arrese; corpi sezionati. Elettroshock. Un elettroshock: come l’epilogo del film.

La droga per la prima volta non è soltanto una sostanza, e la dipendenza non è soltanto dalla droga: qui manca affetto, gratificazione, manca anche il più minimo bagliore di speranza, e quella neve bianca, diventa la sola fuga da quella realtà e da quei sogni tanto agognati che tardano a realizzarsi; la dipendenza è da quell’aspirazione che toglie il sonno: il sogno di poter indossare di nuovo quel vestito rosso che amava tanto mio marito e quella scelta di perder peso ad ogni costo pur di poterlo indossare ancora. Ad ogni costo, fossero anche anfetamine.

Un ago. Una pupilla dilatata. Poi l’estasi.

Droga, prostituzione, televisioni, illusioni, compromessi. Sono solo elementi che si alternano e a tratti acquistano vita propria per ogni personaggio del film.

Un requiem, una marcia funebre per tutti i sogni e per le speranze. Quando c’è di mezzo la droga.

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La fotografia non sbaglia un colpo. Si avvicina, senza batter ciglio, sulle realtà spezzate di questi individui, di questi zombi deliranti, dai volti lucidi e dagli occhi vuoti.

Requiem for a Dream è la cronaca di donne e di uomini che gettano via le proprie vite protetti e, al tempo stesso sepolti, tra i muri della propria casa; durante uno show televisivo, come nell’atto di commettere quel terribile errore di sognare.

Aronofsky, già nel suo precedente “Pi Greco“, trasporta lo spettatore in un vortice senza via di uscita nella paura, nelle ansie, nel panico; togliendo il respiro. Un’ asfissia che ricorda il cinema di Cronenberg  e le sue camere macabre e deliranti.

Un film che educa e convince. Non si corre il rischio di farlo cadere nelle mani sbagliate; non conduce all’emulazione; non incuriosisce: in Requiem for a Dream la droga spaventa, distrugge vite che erano potenzialmente felici fino a quella maledetta prima dose.

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(Jared Leto e Jennifer Connelly in “Requiem for a Dream”)

Un ago. Una pupilla dilatata. Poi l’estasi.

Requiem for a Dream è un secchio d’acqua fredda lanciata in pieno viso. E’ il resoconto di un profondo ed inestirpabile disagio esistenziale generazionale condotto ai suoi massimi livelli. Sarebbe potuto essere un film senza trama, basato esclusivamente sulla vicenda: disagio-droga-morte interiore. E avrebbe convinto tutti. Comunque.

Peccato per qualche scena (a mio modestissimo parere) flop, o meglio trash, che il regista avrebbe potuto tranquillamente evitare. Facile indovinare quale. Ma questo, comunque, non abbassa affatto la media.

Come ogni film del genere che si rispetti, la bandiera più alta è quella del nichilismo e dell’ annientamento: anche qui abbiamo sogni infranti; forse delle pretese, dei capricci ridicoli, allucinanti, che nell’epilogo divengono scuri incubi allucinati.

E la dignità scompare progressivamente durante il film come l’effetto di una dose: Marion si prostituisce per i soldi. Sara alimenta illusioni arrivando ad essere l’ombra di se stessa. Harry non smette di infilare quell’ago su quella stessa ferita già troppo putrida.

Un incubo che toglie il sonno.

Un ago. Una pupilla dilatata. Poi l’estasi.

E la distruzione.

foto: justwatch.com; Silenzio-in-Sala.com; billysteele60.wordpress.com  

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