“Stavo dormendo? Avevo dormito? Tyler è il mio brutto sogno e io il suo.”

(Protagonista senza nome, Fight Club)

Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club. Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida “basta”, si accascia, è spompato, fine del combattimento.

Quella che sembrava una stupida sfida da ubriachi da tarda notte, diventa un gruppo clandestino di lotta: il Fight Club.

Un club fatto di ritualismi e di codici d’onore, inabissato in un indottrinamento alla filosofia del nichilismo, all’antisocialità; e al folle piacere della distruzione.

Una verosimile denuncia generazionale contro ignoti; un’ analisi psicanalitica sugli effetti dell’alienazione sociale nei suoi risvolti più spietati e cronicizzati; quando questa è capace di diventare tanto violenta da arrivare a sdoppiare quello che Freud chiamava “io”.

Una simile violenza gratuita e senza scopo, non si vedeva dai tempi di “Arancia Meccanica“.

Il Fight Club fondato da Tyler Durden, venne pubblicato come romanzo per la prima volta nel 1996, e non fu cult immediato, data la difficoltà per la maggior parte del pubblico, di comprendere lo stile sincopato e squilibrato dello scrittore Chuck Palahniuk. Ma grazie alla pubblicazione dell’home video di David Fincher nel 1999, Fight Club divenne una leggenda, sbancando i risultati deludenti dell’ adattamento cinematografico uscito nelle sale.

Una capogiro, un vero e proprio delirium; un paradosso a tratti assurdo o fantastico:

“Con l’insonnia nulla è reale. Tutto è lontano. Tutto è una copia di una copia di una copia..”

(Protagonista senza nome, Fight Club)

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Fight Club 2 è il seguito ufficiale dell’originario Fight Club: si tratta di una graphic novel illustrata da Cameron Stewart in un unico volume, edito da Bao. Uscito lo scorso Ottobre, in Italia è già successo.

Ambientato circa nove anni dopo il romanzo, nella graphic, il Protagonista Senza Nome (d’ora in poi sarà P) ora si fa chiamare Sebastian: ha un impiego d’ufficio, prende farmaci e ha avuto un figlio da Marla Singer, con la quale è sposato. Tutto tranquillo. Fino a quando sua moglie non decide di dare una ritoccatina al dosaggio dei farmaci del marito, e l’ oscuro alter ego Tyler Durden, decide di prendere nuovamente il sopravvento.

Il fumetto non ha di certo la pretesa di bissare fama e incassi, campando sulle sue vecchie amate glorie, ma questa volta Chuck ha un preciso intento; intento che coinvolge in un espediente meta-narrativo, lo stesso autore.

“Vivevo in uno stato perpetuo di dèjà vu. Ovunque andassi mi sembrava di esserci già stato. Era come seguire un uomo invisibile.”

(Protagonista senza nome, Fight Club)

La vita monotona del protagonista di Fight Club, è scandita dall’opprimente impressione di dover continuamente vivere giorni invariati e tediosi; persone scialbe e macchinose; pubblicità ingannevoli e consumismo schiavizzante; insonnia; sterili e ordinarie giornate vuote apparentemente prive di significato o di scopo. Un deprimente vortice dove niente sembra cambiare; niente sorprende. Niente di niente. In un loop di autocommiserazione inspiegabile, il protagonista prova a cercare un diversivo, entrando a far parte di un circolo di malati terminali in cerca di rassegnazione. Fu li che P, conosce Marla Singer, una donna nient’affatto malata, nient’affatto affetta da tumori o malattie terminali. Una sorta di autentica borderline dedita alla ninfomania, alla masturbazione e ai tentativi di suicidio.

“Se avessi un tumore lo chiamerei Marla. Marla: il taglietto sul tuo palato che si rimarginerebbe se la smettessi di stuzzicarlo con la lingua, ma non puoi.

(Protagonista senza nome, Fight Club)

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(Il “Protagonista senza nome” -Edward Norton- nel film Fight Club)

A salvarlo da questa spaventosa frustrazione, sarà Tyler Durden, un venditore di sapone conosciuto in un viaggio di lavoro che, dopo aver dolosamente ed inspiegabilmente provocato un incendio all’abitazione del nostro P, si offre di ospitarlo nel suo appartamento, un fatiscente palazzo di periferia; ad una condizione: che il nostro P si batta con lui a pugni.

L’apice del racconto, si raggiunge nel momento in cui P scopre di essere, lui stesso, Tyler. Lui, Tyler, il suo doppio. Il suo lato oscuro che aveva perdutamente e violentemente preso il sopravvento nella sua stessa vita, arrivando a fargli dubitare persino di se stesso.

Tyler era inconsapevolmente diventato il suo rifugio e il lato oscuro troppo spesso represso, davanti a squallidi compromessi.

Un demone con un nome e un cognome che lui stesso aveva involontariamente generato.

“Mi facevano pena quei ragazzi ammassati nelle palestre che cercavano di somigliare a quello che gli dicevano Calvin Klein o Tommy Hilfiger

(Protagonista senza nome, Fight Club)

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(Tyler – Brad Pitt-, e il Protagonista -Edward Norton- nel film Fight Club)

Fight Club è la cronaca determinata e ferma dell’antisocialità e del potenziale violento di un uomo in preda alle sue rassegnazioni, alla frustrazione, all’ alienazione crescente e fuori controllo. Un’ alienazione che diviene così forte ed estraniante, da far scindere la stessa personalità del protagonista dal suo stesso Io, tanto da far percepire “quel Tylercome uno sconosciuto, come qualcosa di odioso e di infame che non faceva altro che umiliarlo e ripetergli quanto fosse senza speranza e disilluso della sua stessa vita, come delle donne, del suo lavoro, di tutta la sua esistenza.

Il racconto di quel Tyler non è altro che il resoconto buio e ostile, di ciò che accade nella mente di uomo alienato e senza vie d’uscita, in trappola in una gabbia costruita dalla società, dalle istituzioni, dalla politica; il limbo; la desolazione di un’semi-esistenza vuota.

E quel Fight Club non è altro che un modo per prendere a pugni se stesso; una spaventosa commedia messa in scena dal suo stesso cervello, senza metafore o mezzi termini; lo sdoppiamento dell Io distruttivo; la pulsione di morte. 

Quella sete di sangue che uccide, se stesso o gli altri, poco importa.

foto: MangaForever; oscarfavorite.com; Script Magazine; Cult Stories

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