Negli ultimi giorni il corto realizzato da Wes Anderson per la pubblicità del brand H&M, dal titolo “Come Together”, ha letteralmente fatto il giro del mondo. Il protagonista di questo spot per la campagna pubblicitaria natalizia del brand, è Adrien Brody, capotreno che vuole far vivere il Natale ai passeggeri, nonostante il ritardo previsto. L’attenzione ai dettagli, dalle divise, alla sistemazione dell’ufficio di Adrien Brody, e le riprese dei vagoni e dei viaggiatori, sono in pieno stile andersoniano. La genialità di questo regista, era stata già in passato “sfruttata” da altri noti marchi. Da Stella Artois nel 2007, ad American Express nel 2009, e Ikea nel 2012. Impossibile scordare la sua collaborazione con Prada, iniziata con la campagna pubblicitaria per l’eau de parfum “Candy”, realizzata insieme a Roman Coppola, e composta da tre spot televisivi. Questi sono seguiti da un altro progetto, un corto a tutti gli effetti, con protagonista Jason Schwartzman: Castello Cavalcanti.

Ma chi è Wes Anderson?

Senza alcuna pretesa di completezza, e competenza, in questo post ci proponiamo di osservare il suo lavoro, appassionato e appassionante; e di ricordare i suoi lavori.

Si può classificare, definire, l’opera di Wes Anderson? E, se sì, come? Sono domande a cui è difficile dare una risposta univoca e soddisfacente. Forse da ciò è nata la “necessità” di coniare l’aggettivo andersoniano, per riferirsi al regista texano. L’unico in grado di rendere chiaramente la sua cifra stilistica.

Anderson, non è solo un regista, è un visionario che con le sue pellicole, offre al pubblico uno sguardo disilluso e profondo sull’universo umano. I suoi corti e lungometraggi parlano dello sconfinato mondo di sentimenti che attraversa la vita umana. Un mondo ricostruito con minuziosa attenzione, tra reale e surreale, nel quale è sempre presente, come un topos narrativo, l’elemento del viaggio. Strumento essenziale per la crescita emotiva di personaggi: immaturi, incompleti, frustrati, leggeri e frivoli ma anche complessi ed emotivi.

La sua maniacale attenzione ai dettagli nella cotruzione dei personaggi, degli accessori che li caratterizzano e li rendono immediatamente riconoscibili; alla loro gestualità, è complementare al racconto della storia. Il loro universo viene ideato e ricostruito pezzo per pezzo; gli oggetti feticcio, i vestiti, le scenografie sono elementi fortemente legati alla sceneggiatura. Un aspetto interiore, che, tramite un oggetto, un capo di abbigliamento, un taglio di capelli, è esteriorizzato e rende il personaggio, un tipo umano, un sentimento personificato. Stereotipi, atteggiamenti, idiosincrasie. Tutti questi tipi umani popolano l’universo paradossale e fantastico del cinema andersoniano. Con le loro ansie, le loro frustrazioni, i ricordi di antiche vittorie e splendori e la voglia di rivalsa.

Tale formalismo, l’attenzione al dettaglio, la stilizzazione, non sono meri manierismi; costituiscono, al contrario, uno degli espedienti comunicativi di Anderson. Sono tutti elementi che compongono il suo visionario universo narrativo, e diventano funzione della psicologia dei protagonisti. tumblr_m5maykOvrH1qh97ob.jpgCiò vale anche per la scelta dei colori; tanto che esistono vere e proprie palette di colori legate alle opere del regista. Una ricerca iconografica che si esprime in cromie calde, dall’ocra al marrone.

Anderson, che fa della coralità una delle sue caratteristiche peculiari, offre ai suoi protagonisti una sorta di terapia di gruppo. I temi sono costanti, con tratti autobiografici: i rapporti familiari, l’adolescenza, la crescita, l’ingresso nell’età adultà. Tutto è affrontato in maniera surreale, ironica e intensa allo stesso tempo.

Il padre era un pubblicitario, e nell’attenzione e cura dei particolari, nello stile stesso del regista, è facile intravedere l’impronta di un packaging maniacalmente confezionato. Così per la figura della madre: archeologa e agente immobiliare, è omaggiata ne “I Tenenbaum” con la figura di Ethel Tenembaum (Angelica Huston), che svolge la professione di archeologa, e che, nella pellicola indossa i veri occhiali della madre di Wes Anderson. Altro elemento autobiografico è il divorzio dei genitori, che, nei Tenembaum costituisce l’elemento cruciale, la causa dell’irrisolutezza, del fallimento di Chas, Richie e Margot, i tre figli, ex bambini prodigio. Anche nelle ambientazioni vi è un richiamo alle sue personali esperienze: in Rushmore, pellicola, risalente al 1998, si ispira al ricordo della St. John’s School, frequentata dal regista, con le sue tinte polverose e le uniformi. E sarà proprio un incontro avvenuto durante gli anni di studio a costituire un sodalizio amicale e professionale che lo accompagnerà per tutta la sua carriera: la conoscenza di Owen Wilson.

Nei film di Anderson vi è una costante elaborazione delle esperienze di vita, che siano personali, o universali. Tutti le sue pellicole sono legate da un fil rouge di sentimenti, immagini, rimandi e parallelismi. Tale legame è reso chiaro anche dalle presenza di attori andersoniani: i fratelli Luke e Owen Wilson, Jason Schwartzman, Bill Murray, Angelica Huston, Seymoour Cassel, Adrien Brody, Edward Norton; per citare i fedelissimi. Ma tanti altri, data la sua consacrazione nell’olimpo holliwoodiano, hanno lavorato con lui, da Ralph Fiennes a Bruce Willis, Natalie Portman, Gwyneth Paltrow. Un altro forte tratto distintivo sono le musiche, sempre protagoniste delle sue pellicole, e che contribuiscono a creare l’atmosfera inconfondibile del cinema andersoniano.

 

images.jpegIn “Bottle Rocket” (Un colpo da dilettanti-1996), versione estesa di un corto dall’omonimo titolo, c’è la forte impronta autobiografica dei creatori: Wes Anderson e Owen Wilson. Si affronta il tema della crescita, il difficile periodo dell’adolescenza in cui ci si sente invincibili. Ma anche le problematiche connesse all’incertezza del futuro, alla volontà di dare un senso alla propria vita.

rushmore-1In “Rushmore”(1998), con una scenggiatura nuovamente scritta a quattro mani con Owen Wilson, si manifesta ancora una volta la crisi, come cesura. Chiusura con l’adolescenza e con il senso di onnipotenza legato a questo periodo della vita, e, di riflesso l’ingresso nei compromessi dell’età adulta. Tra narcisismo e onestà intellettuale.

i-tenenbaumArriva la sua consacrazione, con “The Royal Tenenbaum” (2001), famiglia apparentemente perfetta, dell’upper east side. Per il nome della famiglia, Anderson si è ispirato a quello di un amico dell’università, che aveva, appunto, una sorella di nome Margot, nome del personaggio interpretato nella pellicola da Gwyneth Paltrow. Estasi e fallimento, apparenza e realtà. Temi ai quali la location, casa Tenenmbaum specchio decadente dell’identità dei suoi abitanti, contribuisce a dare un’atmosfera malinconica e retrò. In questa pellicola si esprime alla perfezione la cifra stilistica andersoniana. Dai costumi alla gestualità. La tuta adidas rossa di Chas, abbinata a quella dei due figli; la maglia da tennista (ormai ritiratosi) con polsini e fascia di Richie; gli abiti a righe Lacoste e la pelliccia lunga di Margot; i tailleur pastello di Etheline; i gessati di Royal; le frange e i cappelli country di Eli. Un patrimonio iconografico altamente evocativo.

le-avventure-acquatiche-di-steve-zissouLa fortuna di Anderson prosegue con “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”(2004), un oceanografo e documentarista, ormai in rovina, che decide di compiere un ultima missione per vendicare l’amico Esteban, a bordo della Belafonte. Così, dalle stanze di casa Tenenbaum, si passa alle cabine della nave, anch’esse minuziosamente arredate. Con un espediente meta narrativo, all’inizio del film, viene mostrato un documentario girato dallo stesso Zissou, che descrive gli interni della sua imbarcazione. I costumi sono, questa volta, affidati all’italiana Milena Canonero che con la sua genialità crea un connubio tra colori primi: blu, rosso e giallo. E sono questi i colori che caratterizzano le divise dell’equipaggio.

il-treno-per-darjeelingNe “Il Treno per Darjeeling” (2007) tornano i temi della famiglia e del viaggio. Anche in questo caso, come per la Belafonte, il regista sacrifica la velocità dello spostamento, alla lentezza dell’avventura. Scandita dalle fermate del treno, dai suoi passeggeri: i fratelli Peter, Francis e Jack Whitman, in un viaggio organizzato dal maggiore per ritrovarsi e ritrovare sé stessi nei luoghi più mistici dell’India.

Unknown.jpegNel 2009 Anderson si avvicina per la prima volta al mondo dell’animazione, e si tratta di un esperimento perfettamente riuscito. “Fantastic Mr. Fox”, tratto dal romanzo per bambini di Roal Dahl (Furbo, il signor Volpe). Anche qui, pur trattandosi di animali, Anderson ripropone con forza la caratterizzazione dei personaggi. E anzi, in questo caso il regista può controllare e creare interamente l’universo in cui la famiglia Fox e gli altri animali agiscono e lottano contro Boggis, Bunce e Bean, i tre nemici giurati di Mr. Fox, umani allevatori e produttori di sidro. Ritorna forte il tema della famiglia, in particolare il rapporto padre figlio, tra Mr. Fox e il piccolo Ash, considerato da tutti “diverso”.

Moonrise Kingdom.jpegCon “Moonrise Kingdom” (2012), Anderson racconta una storia di sentimenti, crescita, perdita e solidarietà. La paternità andersoniana è chiara dalle prime inquadrature: una casa con interni vintage, un registratore. Una bambina con i gambaletti di filanca. La storia d’amore e di fuga tra Susy Bishop e Sam Shakusky, che sembra coronata nella baia di Moonrise Kingdom (luogo così denominato dai ragazzi in fuga). Il tema sottostante è la fuga ideale dalla realtà, brutale e insoddisfacente, e rende chiara, nell’universo dei personaggi di Anderson la maturità dei bambini rispetto all’infantilità di molti adulti. Bambini maturati secondo un loro particolare codice.

The Grand Budapest hotel.jpegInfine, l’ultima fatica del regista texano, “Grand Budapest Hotel” (2014), omaggio alla storia, alla bellezza, in un perfetto connubio tra realtà e finzione. Si parte da un espediente narrativo; siamo nel 1968 e l’attuale proprietario dell’hotel, Mr. Moustafa, decide di raccontare la sua storia a un giovane scrittore. Da qui, tra salti temporali, flashback e disgressioni, si dipanano i fili della narrazione. Protagonista il Grand Budapest Hotel degli anni ’30, ancora simbolo di lusso, ricchezza e prestigio; e la storia del concierge di allora, Mr. Musgrave, interpretato da un magistrale Ralph Fiennes. Tra ospiti stravaganti, eredità contese, arresti e fughe, Anderson riesce ancora una volta a regalare al pubblico un affresco paradossale dell’esistenza.

 

3 thoughts on “L’universo immaginifico di Wes Anderson tra idiosincrasie, paradossi e atmosfere surreali

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