Da New Orleans a Chicago; dall’improvvisazione al Be-Bop; dallo Swing al Free Jazz, fino ad arrivare alla Fusion.

I “ruggenti anni ’20” parlano di un’America spregiudicata e convertita a mondani baccanali in perfetto stile “Grande Gatsby”, un effimero contesto dove una insoddisfatta working class, cominciava a divorziare dalle menti benpensanti della classe borghese, e dalle costrizioni dogmatiche dei dirigenti: se il governo lanciava il Proibizionismo, l’alcool diventava affare di contrabbando, in loschi e malavitosi speakeasy notturni, dove era facile fare conoscenza di graziose prostitute e imbattersi in risse da gangster. E dove si faceva Jazz; quello più instancabile e quello più irrefrenabile.

Il jazz prese piede in una moda che si diffondeva a macchia d’olio, rappresentando il cavallo di battaglia di una classe operaia stanca delle sue catene, coraggiosa di rimettersi in discussione e  di poter emergere in una veste libera dalle costrizioni, dai vincoli accademici e dai virtuosismi: il jazz radica le sue origini nei canti folk dei neri delle piantagioni di cotone del XIX secolo, dove centinaia di schiavi erano costretti in lavori massacranti dalle paghe miserrime; non solo, ma il jazz sound affondava già le sue origini nei canti gospel religiosi e nei lineamenti sonori della musica leggera

Il sax, la tromba, il contrabbasso, il piano, la batteria: lo Storyville di New Orleans, noto anche come “The District”, quartiere a luci rosse fatto di bordelli dalle tinte fumose e poco raccomandabili, nei primi anni del XX secolo, divenne molto presto la culla di questo nuovo genere musicale, che si lasciava all’improvvisazione e al mood irriverente, facendo da sfondo, specie nello Swing e nel Be-Bop, a melodie estremamente coinvolgenti e ballabili, rappresentando un segno di svolta, e una rivolta: il jazz parlava sempre più schiettamente, di un nuovo gusto nel fare musica, sfacciato, dal linguaggio folkloristico e sempre più slacciato, che gettava le basi per un’unione generazionale, segnando finalmente il riscatto di una classe sociale per troppo tempo abbandonata ad un solo destino.

Già dagli anni ’30, il jazz era all’apice della sua diffusione e sperimentazione, convertendosi a ritmi sincopati e vibrati; onorando spesso lo strumento solista e la sua libera improvvisazione. Un concept che attraversò l’oceano, arrivando fino in Europa, diffondendosi come una manìa instancabile che raggiunse l’apice della sua innovazione nella Fusion.

armstrong

(Louis Armstrong)

E anche quest’anno, come tradizione, prende il via il Roma Jazz Festival 2016, giunto alla sua 40esima edizione, che avrà luogo presso l’Auditorium Parco della Musica e alla Casa del Jazz fino al 23 Novembre, il quale in oltre 10 giorni di musica, mostre e conferenze, avrà il piacere di ospitare grandi musicisti appartenenti al panorama jazz nazionale e internazionale, coinvolgendo grandi nomi ma anche artisti emergenti. 

Fin dal 1976, il Roma Jazz Festival, ha visto sul palco grandissimi interpreti: da Miles Davis, a Jorge Benson a Ray Charles; B.B. King e Wayne Shorter. 

L’edizione 2016, vede come protagonisti personalità del calibro di John Scofield, Stanley Jordan, Billy Cobham e tanti altri. 

Una rassegna che ripercorre i più grandi dettami del jazz, rivisitati passo dopo passo, in una chiave ultramoderna ed assolutamente imperdibile.

Il Roma Jazz è ideato e prodotto da IMF Foundation e Fondazione Musica per Roma, in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo – casa del Jazz e Jando Music, le quali consentiranno di coinvolgere nel mondo del jazz anche i più piccoli, grazie ai due eventi di GiocaJazz, inclusi nel programma.

Tutto il palinsesto sul sito: 

http://www.romajazzfestival.it/

roma-jazz

foto: daytondailynews.com; Painterest

 

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