L’8 Novembre 1934 l’Accademia di Svezia conferisce il premio Nobel per la letteratura a Luigi Pirandello “per il suo audace e ingegnoso rilancio dell’arte drammatica e scenica’’.

Lo scrittore e drammaturgo siciliano raggiunge il successo nel 1904, con il romanzo “Il fu Mattia Pascal”, in cui formula, per bocca di Anselmo Paleari, la teoria della lanterninosofia. Con essa emerge immediatamente l’interesse di Pirandello per l’io:

Il lanternino che proietta tutto intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi purtroppo dobbiamo credere vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine da un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?

Uno dei temi costanti nella produzione pirandelliana è, infatti, proprio l’analisi della natura umana: molteplice e possibilistica. Interesse testimoniato già nei saggi “Arte e Scienza” e “L’umorismo” del 1908. In quest’ultimo, il contrasto tra apparenza e realtà, uno dei leitmotiv della sua produzione, emerge con forza. L’umorismo è il “sentimento del contrario”, da paradosso apparente a riflessione malinconica:

« non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt’al più sorridere. »

Dagli anni ’20 si dedica totalmente al teatro, fondando la compagnia del Teatro d’Arte di Roma. Il teatro dello specchio come raffigurazione della vita vera, in cui lo spettatore può, appunto, specchiarsi, confrontarsi e divenire migliore.

Si avvicina anche alla psicoanalisi freudiana, spinto dai disturbi mentali della moglie Antonietta, per studiare i meccanismi della mente e soprattutto il comportamento della società nei confronti della malattia mentale. Formula così la teoria della crisi dell’io: lo spirito umano è frammentato, questi frammenti possono comporsi e ricomporsi fino a creare una nuova personalità:

può dirsi che due persone vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo individuo.

Così, il solo modo per tornare all’identità è la follia, tema centrale in molte opere: ma la pazzia è anche causa di isolamento. Infatti l’uomo è destinato a vivere solipsisticamente, isolato dagli altri. Molteplicità ed isolamento emergono con forza nel dramma teatrale “Enrico IV”. Così l’autore in una lettera all’attore Ruggero Ruggeri:

Caro amico, m’affretto a rispondere alla Sua lettera del 19, di cui La ringrazio con tutto il cuore. Le dissi a Roma l’ultima volta che pensavo a qualche cosa per Lei. Ho seguitato a pensarci e ho maturato alla fine la commedia, che mi pare tra le mie più originali.[…]

L’originalità del testo và ricercata nella trama e non negli schemi stilistici della pièce teatrale di cui rispetta quasi totalmente le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. L’opera è ambientata ai giorni nostri, in una villa patrizia arredata come un castello medievale. Qui si consuma da circa vent’anni il dramma di un uomo che, recitando da ragazzo la parte di Enrico IV durante una mascherata di carnevale, è caduto da cavallo e, battendo la testa, si è convinto di essere realmente l’imperatore di Germania. Questo è l’abbrivio per introdurre nuovamente la tematica della pluralità presente in ciascuno, e della relatività delle opinioni. Ciascuno vuole che gli altri corrispondano all’immagine che ha di loro; e così si comporta anche Enrico IV, che può estremizzare la situazione, imponendo maschere reali e non interiori, grazie alla sua condizione “privilegiata” di folle per gioco. Enrico IV decide infatti, anche quando rinsavisce, di non togliersi la maschera di folle, per sfuggire alla società; al contrario di altri personaggi pirandelliani che, solo dopo averla abbassata, possono dirsi liberi dalle costrizioni sociali.

Secondo Luigi Pirandello la realtà non può essere concepita deterministicamente; essa è soggettiva, multiforme; tutto è sottoposto al caso; tutto si complica perché dominato dal contrasto tra realtà e finzione, tra maschera e verità. Si assiste, dunque, ad un relativismo conoscitivo. Da qui, una peculiare tematica pirandelliana: la diversa prospettiva gnoseologica, per cui la conoscenza non può che essere relativa. Questa consapevolezza appartiene a tutti. A tutti, infatti, può capitare di vivere un momento “epifanico”, che riveli l’assurdità dell’esistenza.

Massima espressione del relativismo pirandelliano è il suo romanzo “Uno, nessuno e centomila”, edito nel 1925, prima sulla “Fiera Letteraria” e poi in volume; oltre ad essere il romanzo della scomposizione della personalità, molti lo indicano come parte costruttiva del sistema di pensiero pirandelliano. Vediamo perché.

Vitangelo Moscarda, detto Gengè, vede la sua vita sconvolgersi a causa di una banale osservazione della moglie riguardo alla curvatura del suo naso. Vitangelo diventa così consapevole della differenza fra l’idea che ci facciamo di noi stessi e le opinioni che gli altri si fanno di noi, a loro volta tutte diverse le une dalle altre. Inizia dunque a comportarsi in modo assurdo solo per vedere le reazioni della gente. La moglie cerca di dimostrare legalmente la pazzia del marito, per poter amministrare al suo posto l’istituto di credito. Vitangelo quindi decide di devolvere i suoi averi alla costruzione di un ospizio di mendicità, in cui egli stesso và a vivere. La conclusione di questo romanzo è emblematica. Dopo essersi rifiutato di accusare una donna di cui si era innamorato e che per tutta risposta reagisce sparandogli, tutti si prendono gioco della sua autolesionista follia.

In questo romanzo, Pirandello affronta la molteplicità delle apparenze, ossia la scoperta della persona come un collage di immagini, tutte diverse e tutte vere e false allo stesso tempo, relative e fugaci, dotate di realtà solo nella mente degli altri.

Dal capitolo VII di “Uno, nessuno e centomila”:

Qui era il punto.

M’era accaduto tante volte d’infrontar gli occhi per caso nello specchio con qualcuno che stava a guardarmi nello specchio stesso. Io nello specchio non mi vedevo ed ero veduto; così l’altro, non si vedeva, ma vedeva il mio viso e si vedeva guardato da me. Se mi fossi sporto a vedermi anch’io nello specchio, avrei forse potuto esser visto ancora dall’altro, ma io no, non avrei più potuto vederlo. Non si può a un tempo vedersi e vedere che un altro sta a guardarci nello stesso specchio.

Stando a pensare così, sempre con gli occhi chiusi, mi domandai:

<<E’ diverso ora il mio caso, o è lo stesso? Finché tengo gli occhi chiusi siamo due: io qua e lui nello specchio. Debbo impedire che, aprendo gli occhi, egli diventi me e io lui. Io debbo vederlo e non essere veduto. È possibile? Subito com’io lo vedrò, egli mi vedrà, e ci riconosceremo. Ma grazie tante! Io non voglio riconoscermi; io voglio riconoscere lui fuori di me. È possibile? Il mio sforzo supremo deve consistere in questo: di non vedermi in me, ma d’esser veduto da me, con gli occhi miei stessi ma come se fossi un altro: quell’altro che tutti vedono e io no. Su, dunque, calma, arresto d’ogni vita e attenzione!>>

 In un’intervista del 1922 Pirandello si esprime così a proposito della molteplicità in questo testo:

E’ il romanzo della scomposizione della personalità. Spero che apparirà in esso più chiaro […] il lato positivo del mio pensiero. […] Guai a fermarsi in una sola realtà: in essa si finisce per soffocare, per atrofizzarsi, per morire. Bisogna invece variarla, mutarla, continuamente, continuamente mutare e variare la nostra illusione

Già il titolo del romanzo riassume in sé il molteplice come problematica centrale dell’opera. Vitangelo Moscarda è, nella sua concezione di sé, un’unica persona ma è anche una persona diversa per ciascuno dei suoi conoscenti, che di fatto hanno di lui idee differenti, considerandolo chi in un modo chi in un altro. Ma oltre ai <<centomila>> Moscarda che gli altri vedono in lui e a quello che lui crede di essere per sé, c’è una personalità oggettiva, uguale agli occhi di tutti? La risposta che si darà Vitangelo, e quindi Pirandello, è negativa: scoprirà di essere in realtà “nessuno“, perché una verità comune non esiste o comunque non ha alcuna importanza dal momento che contano solo le idee soggettive.

 

 

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