Forse non tutti conoscono, ancora, Mike Cahill: classe ’79, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico statunitense. Visionario. Interprete mistico e contemplativo dell’umanità. Tre produzioni all’attivo: “Boxers and Ballerinas”, documentario del 2004; “Another Earth” (2011) e “I Origins” (2014), entrambi premiati con l’Alfred P. Sloan al Sundance Film Festival.

Laureato in economia alla Georgetown University, da sempre affascinato dal mondo del cinema, cui si avvicina a livello amatoriale, è l’incontro con Brit Marling, all’epoca studentessa, il punto di svolta della sua carriera in ambito cinematografico. La Marling è la musa che, presente in tutte le sue pellicole, con passione prorompente e non convenzionale, aiuterà il regista a delineare i contorni della sua arte.

boxers-and-ballerinas-movie-poster-2004-1020556575Il loro incontro a Georgetown segna, infatti, l’inizio di una proficua collaborazione, che prende appunto le mosse con “Boxers and Ballerinas”, documentario che approfondisce, in chiave molto personale, il tema dei rapporti tra Usa e Cuba, di cui Cahill e Marling sono co-sceneggiatori insiema a Nicholas Shumaker. Protagonista del documentario è il concetto di libertà, come possibilità di decidere, di lottare per i propri sogni e raggiungere la felicità; status che viene raccontato in maniera progressiva e problematica seguendo la vita di quattro giovani atleti. Cahill e Marling riescono a trasporre sulla pellicola le vivide immagini delle vite di persone che, pur avendo lo stesso sogno, devono inseguirlo in maniera differente, perché, nati in parti diverse del mondo: la patria della libertà per eccellenza e il paese, che nel 2004, resisteva ancora apertamente alle influenze degli Stati Uniti. Vite parallele, così diverse eppure così simili: emblematici protagonisti sono un boxer e una ballerina che vivono all’Havana, Cuba; e un boxer e una ballerina di Miami, Florida. In una delicata ma decisa orchestra di sentimenti, colori e suoni, il debuto di Cahill alla regia, racconta cosa la libertà significhi per le persone, concentrandosi sugli effetti che nella vita dei singoli hanno teorie politiche e realtà storiche.

images-1La vera svolta narrativa arriva con “Another Earth”, lungometraggio indipendente del 2011, diretto da Mike Cahill, co-sceneggiato dalla Marling, che ne è anche protagonista. Fantascienza filosofica dove realtà e sogno si impongono e si intersecano fin dalle prime scene: la crudezza e la casualità di un incidente stradale, mentre alla radio si annuncia la scoperta di un altro pianeta, speculare alla Terra. Non pensate ad “Odissea nello spazio”, a “Solaris” o a “Doppia immagine nello spazio”. Perché qui la fantascienza è accessoria ad una trama introspettiva e drammatica. Una drammaticità paragonabile alle tragedie greche, accompagnata dalla colonna sonora composta da Fall on your Sword, che parte con la traccia “The first Time I Saw Jupiter”, che fa da sottofondo, in chiusura, anche ai titoli di coda. In una perfetta quadratura. Possibilità, fatalismo, coincidenze, vita ai margini, depressione, senso di colpa, espiazione, morte, rinascita: sono queste le tematiche vere della pellicola, rispetto ad elementi strumentali e metaforici. Terra 2, il pianeta identico al nostro, abitato addirittura dagli stessi individui, che viene “scoperto” all’inizio del film, è l’occasione per affrontare l’idea della predestinazione e della sincronicità. Rhoda (Brit Marling) è l’emblema dell’inevitabilità del caso, in una parabola ascendente: da giovane diciassettenne brillante ammessa al MIT, a criminale, reietta. Ma è anche simbolo di speranza, icasticamente rappresentata dal viaggio sull’altro pianeta e del pentimento, profondo, fino al tentativo di suicidio. La costante presenza di Terra 2, ossessione collettiva, nelle immagini, alla radio e alla televisione, è il sottofondo di un destino crudele che non vuole essere dimenticato. Morale amara di una straoridaria, in tutti i sensi, pellicola che fa della speranza e della fiducia nelle possibilità la sua caratteristica. Le immagini all’orizzonte di Terra 2 e del suo satellite (anch’esso uguale alla Luna), sono incredibili, grazie all’esperienza del regista con National Geographic. La tecnica cinematografica è molto varia, caratterizzata da una commistione di stili che vogliono suggerire gli stati psicologici dei protagonisti.

imagesMetafisico perché oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile. Metafisico perché ruota tutto intorno all’esistenza, all’anima, all’essere in sé. Con “I Origins” (2014) Cahill và oltre. Titolo già estremamente evocativo: I come soggetto, ma anche eye come occhio, elemento centrale della pellicola; Origins: origini e genesi della vita, della vista. Brit Marling è, di nuovo, protagonista, con Michael Pitt e la bellissima Àstrid Bergès-Frisbey. Scritto, diretto e montato da Cahill, è il film che lo consacra nella rosa dei grandi registi-narratori del nostro tempo. Il Dr. Ian Gray (Michael Pitt), biologo molecolare, è ossessionato dagli occhi, dei quali scatta continuamente fotografie, a prescindere dal soggetto. L’occhio è anche al centro dei suoi studi, obiettivo dei quali è riuscire a trovare un organismo che possieda le caratteristiche per sviluppare la vista, pur essendo cieco in natura. Dopo un incontro intenso e fugace con Sofi (Àstrid Bergès-Frisbey), di cui non sa nulla, Ian, inizia la spasmodica ricerca della giovane. Amore folle, passione incontrollabile. Nonostante le inconciliabili diversità: lui scienziato, scettico e nichilista; lei spirituale, eterea e fatalista. Brit Marling è Karen, l’assistente di Ian, e colei che più lo aiuterà e sosterrà nelle sue ricerche e nella vita. Coincidenze al di là dell’ontologico, ritorni oltre la morte, occhi e anima, scandiscono I Origins, che diviene metafora di ricerca interiore ed esteriore della vita. Il tema della reincarnazione è una poesia, oltre la scienza, oltre il pragmatismo; accompagnato da una colonna sonora firmata da Will Bates e Phil Mossman, già autori di quella di Another Earth. Perfetta anche la scelta di Motion Picture Soundtrack dei Radiohead, Dust it off dei The Do e Waltz in G minor dei Phaedon Papadopoulos. Cahill rispetta perfettamente il suo stile spirituale, quella fantascienza filosofica che tenta di dare risposte ai drammi umani, senza forzare la mano, ma lasciando uno spazio sufficiente per la libera interpretazione.

 

 

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