Ingmar Bergman, Uppsala, Svezia, 1918. 

Con Bergman nacque il cinema psichico della percezione. E della perfezione.

Un cinema simbolico, esistenzialista; quel cinema a cui fu finalmente attribuito l’appellativo di “settima arte”: le immagini, la fotografia-espressionista degna di una esposizione; l’assenza totale di colonne sonore e di inutili sofismi orchestrali; non solo, ma anche l’elemento autobiografico, il gelo, la fuga dalla città natale e il pellegrinaggio per la Svezia, esortarono fin da subito Ingmar alla ricerca di una voce per la sua vocazione per il cinema e per l’arte figurativa: le origini, fatte di espressionismo e di neorealismo francese, da Carnè a Renoir, assemblarono un’arte fatta di elementi onirici inspiegabili e visionari, di simbolismo e di misticismo religioso, cose che consacrarono Bergman caposaldo ed emblema assoluto del cinema di tutti i tempi.

E se il cinema è fatto di macchine da presa, di sceneggiature, di tecnica accademica, di musiche e di montaggio scolastico, Bergman si affida completamente all’attore, al silenzio, a primi piani stretti su volti e su occhi, nella dimostrazione che il cinema, invece, è un’arte da guardare, fatta di scena e di parole essenziali, e che non necessita di altro.

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza”

(Ingmar Bergman)

Non prendiamoci in giro: Bergman è per pochi. Per pochi intenditori capaci di carpire significati in trame apparentemente vuote e distanti. Un mondo di bellissima mestizia, capace di affascinare chi sa andare oltre il cinema, nella ricerca della vera essenza, della nudità, dell’eloquenza. Un cinema lontano dalle masse e dai botteghini, dalla commercialità. (Spesso) dall’ imbecillità.

Bergman fu capace di rappresentare l’animo umano nelle sue vesti più inafferrabili, più rassegate, a tratti oscure, nascoste: osò mettere a nudo il corpo e la mente dei suoi stessi personaggi come di chi guarda, con la sapiente coscienza di chi non è soltanto un regista, ma prima di tutto uno psicologo e un fotografo senza rullino e corpo macchina; come in “Persona”, un film sperimentato su libertà di percezioni, e su dialoghi visceralmente aridi e sfrondati; la cinepresa stretta in primi piani audaci ma mai invadenti.

In Bergman si vedono temi ricorrenti e percezioni di un vuoto che viene assemblato, con estrema lentezza, scena dopo scena, davanti agli occhi dello spettatore, che finisce per ritrovarsi indifeso, nella stessa solitudine del protagonista.

E poi la donna:  l’enfatizzazione del suo mistero e della sua cupidigia, non riescono a far capire quanto Bergman la ami o la odi: un angelo celeste o una mònade demoniaca; la donna come essere indifeso, estremante sensibile al cosmo come alla percezione del male e delle presenze avverse. Le donne nelle loro falsità, avvolte e cinte in un intrigo di sguardi e di specchi; le donne nelle loro solitudini e in conflitto con madri distanti e gelide. Donne sobillate dalla religione come dalle credenze pagane: “Come in uno Specchio”, premio Oscar; ma anche “Sussurri e Grida capolavoro assoluto di immobilità e di carica emotiva, straziante, quasi insopportabile; un film fatto di bianco, nero e rosso (rosso profondo), con differenti cromature coerentemente accordate con l’andamento del film. Ciò che risalta, sono gli occhi blu di una meravigliosa Liv Ullmann, che ne interrompono la scansione scenica e ne rinnovano i significati. Un lavoro dallo stampo eccezionale: nè effetti speciali, nè particolari scenografie. Essenziale, denso; carnale e purpureo.

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(Liv Ullmann in “Sussurri e Grida”)

La magia, il misticismo, la paura, il silenzio, la religione, Dio. i temi ricorrenti appartenenti alla sorte di chi fugge e non guarda in faccia i lineamenti di una realtà quasi astratta, filosofica, paradossale, spaventosamente costernata: Bergman, con la maestria di un pittore, li presenta al suo spettatore senza rimpianti, senza pietà, senza distorsioni ottiche, ma sulla falsariga dell’incertezza, di ciò che non viene detto ma che viene carpito come in un miraggio: una lama sottile che incide su una ferita già aperta, e rimasta lì per molto tempo.

Ne “Il Settimo Sigillo”, l’uomo si ritrova a giocare a scacchi con la morte e ad invocare un Dio che sembra assente, in una Via Crucis carnale, a tratti pagana, quasi un sabba. E un Dio, in silenzio, che fa vacillare la fede: i personaggi di Bergman sono abbandonati a Lui, ma anche suoi rivali nelle credenze pagane e popolari: ne “L’Ora del Lupo” la presenza del male è più che mai presente, in un convivio di spettri e fantasmi del passato.

Il cinema di Bergman è un universo fatto di simboli e significati, di luci ma soprattutto di ombre, in cui una realtà invisibile, viene smascherata dietro sguardi ed immagini; una realtà che sfugge ma che pulsa e si avverte in tutta la sua forza emozionale e percettiva.

Da tenere lontano agli avidi mangiatori di Serie Tv.

3 thoughts on “Il Cinema di Ingmar Bergman: la voce del Silenzio.

  1. Complimenti.
    Bergman è il mio regista preferito.
    Adoro il bianco e nero, e il regista svedese lo amava altrettanto.
    Considero “Persona” e “Il posto delle fragole” semplicemente eccezionali.
    Primi piani, piani sequenza, silenzi, dialoghi non esagerati e sempre opportuni.
    La fotografia a dir poco sensazionale, il gioco di luci e ombre donano ai suoi film una autentica ebbrezza visiva.
    Ovviamente non sono da meno “Il rito” e “Il silenzio”.
    Per un regista del calibro di Bergman credo sia davvero impossibile tracciare una linea che metta in fila tutte le sue opere.
    Qualcuno lo ha definito “esteta”, come non essere d’accordo?
    Molto interessanti le tue riflessioni, brava e ancora complimenti.
    Concludo dicendo che Bergman è per pochi, si, proprio così!

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