Franz Kafka è ormai indubbiamente considerato una delle personalità più influenti di tutto il XX secolo, ed il suo Museo, situato a Praga, ne parla e ne ripercorre la vita fin dalle sue origini, in un percorso fatto di specchi e luci rossastre, di suoni e di ombre: un tracciato che guida il visitatore all’interno della mente enigmatica e disperata di un uomo; un viaggio fatto di miraggi e visioni suggestive; un lungo corridoio buio, tappezzato di nomi e cognomi, personaggi che nei suoi romanzi, condividono con Franz le sue stesse angosce e solitudini.

Il Museo è situato su una delle sponde tranquille e malinconiche della Moldava, nel Quartiere Piccolo, Malà Strana, nella via Cihelnà, nei pressi dell’ affascinante isola di Kampa, nel quale l’autore usava fare lunghe passeggiate prima di scrivere.

Lo spirito di Kafka è modello ed intaglio perfetto della sua stessa città natale: Praga, un incessante susseguirsi di simboli esoterici, fregi barocchi e maestosità gotiche; e lo stretto rapporto che egli ebbe con questa, fusero e confusero l’anima dello scrittore con quella di Lei. Praga come la sua amante, e l’origine del suo stesso male.

Franz visse fin dall’infanzia qualcosa a cui per molto tempo fu incapace di dare un nome: l’alienazione, la brutalità dell’ingiustizia, la conflittualità con il padre; e poi l’angoscia della consapevolezza di una breve esistenza: il mistero; l’ebraismo e lo scetticismo; lo smarrimento e la desolazione.

Max Brod, amico di infanzia, lo racconta come un uomo ispirato, cordiale ed ironico; composto, amante delle passeggiate e dell’attività fisica; ma anche un tiepido cultore del mondo femminile, modestamente bello, e animato da un piacevole desiderio sessuale: quasi un donnaiolo dei tempi nostri. Al contrario: Il mondo di Kafka parla di un uomo segretamente avverso alla sessualità, come anche al suo stesso corpo; ostile al cibo, ripugnato all’idea della voluttà. L’impenetrabile universo di Kafka si cela ed affiora dalle sue opere, plasmando un mondo vuoto e sfuggente: il fiato corto di una rincorsa estenuante verso un baratro ancora inafferrabile ma pur sempre inesorabile.

Il doppio di Kafka: uno squilibrio mal nascosto di ciò che appariva e di ciò che realmente era; un uomo contrapposto e contrastato nell’intelletto come nella vita; un uomo disilluso dalla sua realtà, fatta di burocrazia e asetticità; una laurea in legge per volere del padre, amori non corrisposti e distanti; una serie di penose contingenze, che ispiravano Kafka all’idea del suicidio e che troppo spesso lo convogliavano nella propensione all’ incolparsi continuamente, per il fatto di non poter dedicare il meglio del suo tempo alla scrittura e alla letteratura: un rigetto della sua condizione che avvelenava la sua stessa esistenza.

Kafka vive lui stesso il suo “paradosso kafkiano“: una situazione angosciosa ed assurda; accettata ed ingoiata a fatica; paralizzante e paralizzata di fronte a qualsiasi tipo di reazione.

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(Museo di Franz Kafka presso Praga. Foto di Giacalone Stefania)

Il  Museo narra di un uomo scisso e smarrito, demoralizzato e annientato nel conflitto interiore dato dalla sua origine ebraica-tedesca e la contrapposta convivenza con la popolazione di maggioranza ceca di Praga. Un ghettizzazione nello spirito e nella vita.

Tuttavia, l’austerità dell’ebraismo non fu che un rifugio da un mondo di impossibili conciliazioni e redenzioni.

E la scrittura, in particolare, rappresentò per lui l’ultima spiaggia e l’àncora della sua salvezza, al tempo stesso; una sorta di psicoterapia introspettiva e catartica; un rifugio dall’ opprimenza e dall’angoscia dell’esistenza, che disorienta quel lettore che rimane solo in superficie: uno stile essenziale ed austero, germanico e slavo; chiaro e comprensibile ma che inganna e non rivela; che nasconde e non dice, fatto di continui confronti con simboli e chimere; una discrepanza illogica tra apparenza ed indizi fuorvianti, che accalappiano, e che aggrovigliano la mente di rovi.

la letteratura di Kafka è un viaggio in un incubo senza fine, in cui immagini ed allegorie fatte di sangue e ossa, sagomano e forgiano carne e voci; persone ed oggetti che compaiono e scompaiono improvvisamente; persone e donne apparentemente affabili, ma oscure e avverse all’istinto.

Un viaggio evanescente. Assurdo e inspiegabile. Una tensione continua verso un mistero che non vine mai svelato; una voce che dà indizi, ma che interrompe continuamente la strada.

Kafka parla di una distruzione imminente, incapace al controllo, data da un’ incurabile malattia che gli sarà fatale: la tubercolosi polmonare, che al prematuro epilogo della sua esistenza, non gli permetterà nè di bere nè di mangiare. Una secchezza che trapela dai suoi scritti, capace di gelare le fauci e incatenare gli arti.

Il Museo puntualizza e rivela tutto ciò, senza indiugio, nè mezzi termini: pone nero su bianco la realtà di un uomo arreso, timidamente accondiscendente verso una vita che ha avuto in serbo per lui solo disperazione e rovina.

(in basso: i disegni di Franz Kafka)

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