Una vita in disparte, lontana dai riflettori, vicina al suo cinema, amato e amante; un rapporto conflittuale, e simbiotico allo stesso tempo, un velo squarciato a metà. Progetti, passione, studi, tempo, forze; documentari che sanno di reportage d’autore; almeno quattro progetti di lungometraggi non venuti mai alla luce. Il lavoro di Caligari si è concretato in tre film, usciti a tanti anni di distanza l’uno dall’altro. “Amore tossico” ’83; “L’odore della notte” ’98, “Non essere cattivo” 2015.

Un cinema crudo, spoglio, senza effetti speciali, che ne avrebbero contaminato la purezza; un cinema vero, figlio legittimo di quello neorealista. L’“Accattone” di Pasolini, potrebbe sembrare la prima pellicola di un’ideale trilogia, completata con “Amore tossico” e “Non essere cattivo”. Emarginazione sociale, inadeguatezza, espedienti; sempre protagonista la periferia, quella romana e Ostia.

Claudio Caligari è stato, forse, l’ultimo degli intellettuali; uno che il cinema lo faceva per amore; mai tradito nelle sue pellicole. È venuto a mancare dopo una lunga malattia, il 26 maggio 2015; curando fino all’ultimo il montaggio della sua ultima opera.

Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film.

Parole del maestro, condivise con noi da Valerio Mastrandrea, amico prima, collega poi, come protagonista de “L’odore della notte” inizio di uno straordinario legame, e che ha lavorato con Caligari fino alla fine, per portare alla luce “Non essere cattivo”, in cui si torna a raccontare dei ragazzi di vita degli anni ’90. Progetto fortemente voluto dal regista, del quale Mastrandrea ha onorato la memoria producendolo e presentandolo, fuori concorso, alla 72° Mostra del Cinema di Venezia lo scorso anno (2015). Girato negli stessi luoghi di “Amore Tossico”, e ambientato a circa dieci anni di distanza da quest’ultimo. Legati indissolubilmente dal tema della droga e dell’amore: nell’uno quello tra Cesare e Michela; nell’altro quello tra Cesare e Vittorio (ma anche tra Cesare e Viviana e tra Vittorio e Linda). E poi, ovviamente, quello ossessivo per la roba.

Legame reso chiaro fin dalla prima sequenza: entrambe le pellicole prendono il via sul pontile della Vittoria di Ostia, dove i protagonisti discutono per un gelato, perchè prima devi “svortà qualcosa” per comprare la roba, i soldi servono a questo. Soldi racimolati in ogni modo: scippi, rapine, spaccio. Relazione ribadita nella scelta del nome dei personaggi: Cesare, protagonista di entrambe le pellicole.

Per il film dell’’83 Caligari volle attori non professionisti, come da tradizione neorealista, tutti tossici ed ex tossici; condizione che ha influenzato anche le riprese: spesso erano difficilmente reperibili, non si presentavano o venivano fermati dalle forze dell’ordine, addirittura colti da crisi di astinenza durante le riprese. Nonostante ciò, si instaurò da subito un rapporto di fiducia con il regista, al punto che gli stessi attori contribuirono, con suggerimenti dialettali, a rendere la sceneggiatura ancor più vera, vivida. Testo scritta da Caligari, in collaborazione con il sociologo Guido Blumir, che già si occupava del tema della droga; l’eroina entrata prepotentemente nella quotidianità delle borgate pasoliniane. Cesare Ferretti, Michela Mioni, Enzo Di Benedetto, Loredana Ferrara, Roberto Stani (Ciopper, nel film); questi i nomi degli attori protagonisti, nomi conservati anche nella pellicola.

“Amore Tossico” racconta, per la prima volta, la sconvolgente realtà dei tossici di Ostia e delle periferia romana negli anni ’80, nella loro quotidiana ricerca dei soldi per “farsi uno schizzo” di eroina, con qualunque mezzo. Caligari li isola totalmente dal contesto di una vita normale; l’emarginazione è totale, ed è per questo che molte scene arrivano ad una comicità amara, data dalla paradossalità dei dialoghi, delle azioni.

In “Non essere cattivo”, tra pasticche e cocaina, il fulcro, il nodo da sciogliere, è il rapporto tra Cesare e Vittorio, amicizia, fratellanza, cui il regista teneva molto. La complessità dei personaggi è profonda, studiata, con una raffinatezza e una delicatezza di cui forse, solo Caligari era capace. La loro fragilità, data non solo dalla dipendenza dalla droga, ma anche dalle condizioni di vita in cui sono cresciuti, e in cui continuano a vivere: dall’espediente come unica soluzione, dallo spaccio come unica possibilità. I luoghi attorno a cui gravitano sono quelli familiari dell’infanzia: il bar, la spiaggia per due tiri al pallone. Ma qui è presente un faticoso tentativo d’interazione con la realtà circostante, ed è Vittorio l’emblema di questa lotta per l’inserimento. In una conversione sulla via di Damasco, in preda alle allucinazioni, prende coscienza dell’impossibilità di continuare a vivere così. Chiusura con il passato icasticamente rappresentata dal suo sputarsi in faccia, allo specchio. Ma Cesare, non riuscirà mai ad uscire dal tunnel, inesorabilmente rapito, spinto in un baratro che, con la morte della nipote, diventa sempre più oscuro e profondo; neanche l’amore lo salverà, né quello dell’amico né quello della sua donna. Magistralmente interpretati da Luca Marinelli (vincitore del Pemio Pasinetti come miglior attore alla 72° Mostra del Cinema di Venezia) e Alessandro Borghi, Cesare e Vittorio sono l’emblema di una lotta impari con la vita. Una guerra esistenziale; combattuta con fatalismo dall’uno, con determinazione dall’altro. E una guerra fratricida tra loro; anche con le botte Vittorio tenterà di salvare Cesare dal suo destino. Volti disperati e lacrime.

Claudio Caligari è stato molto più di un regista; è un poeta, un pittore. Con le sue pellicole ha impresso, per sempre, la realtà inesorabilmente abbandonata della periferia, di giovani emarginati, del loro coatto modo di stare al mondo. Parabole di vita in entrambe le pellicole: nascita, esistenza, morte. Una morte che si impone con forza, distruttiva. La tragedia, il paradosso, la sfida; la rassicurazione della droga, dello sballo per andare avanti, per sopravvivere giorno per giorno, tra rapine e spaccio, tra euforia e disperazione, tra solitudine e (s)conforto. Un destino di sconfitta. Espresso perfettamente in una sceneggiatura romanesca, che, e forse lo dico da romana, completa l’espressività e l’estemporaneità dei personaggi. Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico, Roberta Mattei, Alessandro Bernardini, sono i protagonisti eccezionali di un cult, che sarà senza tempo.

 

 

 

One thought on “Il tormento e l’estasi di Claudio Caligari

  1. Non è la prima volta che leggo i tuoi articoli .Mi complimento per la profondità delle tue riflessioni mi ricordi la Mazzantini ( una delle mie autrici preferite ) .Complimenti 👏

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