Da Fargo a Romanzo Criminale. Da Gomorra a Narcos. Passando per True Detective e House of Cards. Le serie tv, sempre più simili, per struttura, studio, fotografia e durata a veri e propri film, decretano il successo della realtà sulla finzione. Una realtà fatta di brutalità, aggressività, violenza; lontana dal lieto fine e, forse, per questo, più efficace. Infatti, se siamo ormai insensibili alla violenza della cronaca, le serie possono essere usate come strumento per scuotere gli animi, grazie alla loro risonanza mediatica.

Perchè ne siamo così fatalmente attratti? Il bisogno di “verità” ha assunto dimensioni fenomeniche e sono sempre di più le fiction/non fiction che raccontano storie reali o, comunque realistiche. È come se queste fossero diventate un nuovo strumento di esorcizzazione, di liberazione dal male: ciò che vediamo è lontano, ma non più così tanto e ciò che vogliamo è che ci venga raccontata la violenza, senza edulcorazioni. Ci pone di fronte ad un qualcosa che va oltre la narrazione affabulatoria, e, ispirandosi a fatti realmente avvenuti, crea un’immediata connessione con lo spettatore. Legame ancor più forte, giacché vissuto come fenomeno collettivo e catartico.

C’è, però, il rischio dell’immedesimazione nei personaggi: finiamo per conoscerli, li chiamiamo per nome e li sentiamo quasi compagni di vita; le loro storie e le loro debolezze diventano le nostre: sono umani, troppo umani, come direbbe Nietzsche. L’identificazione con i “cattivi” è semplice perché quando siamo loro, siamo liberi di fare cose che nella nostra vita non possiamo fare; l’immedesimazione è sana finché rimane nei limiti del senso civico, della morale: finisce con la fine del film. Ma con le serie è diverso, possono durare anni, e mano a mano finiamo per conoscerli sempre meglio. Non a caso, spesso,images lo strabiliante successo delle serie è stato preceduto da romanzi, che ne hanno consacrato l’impostazione d’inchiesta/denuncia, e da film che non hanno però raggiunto lo stesso successo.Si pensi a Romanzo Criminale, romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo, adattato prima nella pellicola di Michele Placido, poi nella serie prodotta da Sky; e lo stesso vale per Gomorra, romanzo-denuncia di Roberto Saviano (2006), divenuto film nel 2008 con la regia di Matteo Garrone, ed infine serie televisiva, con la regia congiunta di Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Giovannesi e Claudio Cupellini.

I personaggi (criminali, camorristi, narcotrafficanti, assassini) sono carismatici, la loro personalità è costruita abilmente, a tutto tondo. Il loro senso dell’onore, della famiglia, dell’amicizia spinge quasi a scagionarli, a perdonarli per le loro nefandezze. Mentre ciò che hanno conquistato, soldi, donne, potere, fa nascere una sorte di ammirazione.

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Ciro di Marzio (Marco d’Amore) e Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) in una scena di Gomorra stagione

Il pericolo è maggiore quando essi non sono contrastati da una figura positiva, un combattente del male, un rappresentante della giustizia. Non c’è quasi mflat800x800075f-u2ai. E se ci sono, le forze dell’ordine, baluardo di civiltà, sono impotenti oppure corrotte, colluse, complici. In Narcos la polizia locale è quasi tutta sotto il controllo di Escobar, che, con la celebre frase “plata o plomo” (soldi o piombo), concede a chi tenta di
ostacolare i suoi progetti l’alternativa tra vivere corrotti o morire.

Tale rischiosa empatia, secondo alcuni, si è effettivamente realizzata dopo la messa in onda della fortunata serie Gomorra, “accusata”, addiruttura, di aver fatto emergere una sindrome psichiatrica, collegata al disturbo da stress post traumatico, ribattezzata appunto “sindrome da Gomorra”, vittime della quale sarebbero gli adolescenti. Certo non si può negare che alcune frasi delle serie siano diventate dei veri e propri tormentoni, come “Sta senz’ pensier”, saluto refrain che i personaggi usano nella prima stagione, indice dell’immedesimazione di molti (se non di tutti) i telespettatori con i personaggi.

unknown-2I cosiddetti “effetti di Gomorra”, sono stati anche genialmente parodiati dai The Jackal, con alcuni brevi video in cui riproducono scene e dialoghi della serie in situazioni di vita quotidiana: dal fattorino che porta le pizze a domicilio che si deve “pija u’
perdono”, al barista che si vede chiedere “du frittur'” a tutti i costi.

Per quanto riguarda, però, l’accennato scoppio di violenza in seguito alla visione di determinati serial, dovremmo forse chiederci se ciò non sia accaduto, o non possa accadere, per la mancanza di una struttura di valori sottostante: se alla base non si è in grado di distinguere bene e male, giusto e sbagliato, legale ed illegale è facile che si cada nella trappola dell’espediente. Ed è proprio qui il paradosso: come si può accusare un prodotto che tale male e tale illegalità denuncia, di spingere, al contrario, ad atti di violenza. Il problema è, probabilmente diverso, e ben più complesso: la violenza non deve essere mitizzata. Portarla sul piccolo schermo non è opera promozionale.

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La vera foto segnaletica di Pablo Escobar
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Scena della serie Netflix Narcos

Il Pablo Escobar di Narcos, per quanto potente, carismatico, generoso a modo suo, rimane un narcotrafficante assassino.

 

 

I personaggi, per quanto idealizzati, devono rimanere tali, evitando una mitizzazione che non può certo sfociare nella giustificazione dei loro crimini. In fondo, è impossibile l’empatia; bisogna continuare a parlare della realtà, proseguire l’opera di denuncia, ma tornando nel sentiero della finzione. Tutto questo serve come terapia di coscienza: il male non è difeso, non è attenuato; al contrario viene presentato in tutta la sua forza distruttiva; sta allo spettatore riconoscerlo ed evitarlo.

English version

The exorcism of violence: the series that put  on stage the harsh reality triumph on the small screen

From Fargo to Romanzo Criminale. From Gomorrah to Narcos. Through True Detective and House of Cards.

The TV series, that are more and more similar in structure, study, photography and time to real film, decreed the success of reality on fiction. A reality made of brutality, aggression, violence; far from a happy ending, and perhaps for this reason, more effective. In fact, if we are immune to violence in the news, the series can be used as a tool to shake the soul, thanks to their media coverage.

Why are we so fatally attracted? The need for “truth” has reached a phenomenal size and now there are more and more fiction / non-fiction that tell real or at least realistic stories. It is as if these series had become a new exorcism instrument of liberation from evil: what we see is far away, but not so much any more, and what we want is to be told that violence exists. We are faced with something that goes beyond the narrative story-telling, and creates an immediate connection with the audience also because it is felt as a collective and cathartic phenomenon.

There is, however, the risk of empathize with the characters: we know them, we call them by name and we feel them almost as life companions; their stories and their weaknesses become our: they are human, too human, as Nietzsche would say. The identification with the “bad guys” is simple because when we are them, we are free to do things that we can not do in our lives; empathy is healthy as long as it remains within the limits of civic and moral sense; this identification ends with the end of the film. But this phenomenon is different with the series, that can last years, and because of this we gradually come to know the characters better and better. Not surprisingly, often the stunning success of the series was preceded by novels, which have consecrated the inquiry / complaint set of the story, and films that have not yet reached the same success. We can think about Romanzo Criminale, a novel of the judge Giancarlo De Cataldo, adapted first in Michele Placido’s film, then in the series produced by Sky; and the same goes for Gomorrah, novel-denunciation of Roberto Saviano (2006), became a movie in 2008, directed by Matteo Garrone, and finally television series, with the joint direction of Stefano Sollima, Francesca Comencini, Branko Schmidt and Claudio Cupellini.

These characters (criminals, cammorists, drug traffickers, murderers) are charismatic and their personality is built cleverly. Their sense of honor, family, friendship pushes us almost to exonerate them, forgive them for their wickedness. While what they have earned as money, women, power, tookes as to a sort of admiration.

The danger of empathy is greater when they are not opposed by a positive figure, an evil fighter, a representative of justice. And even if there is the police, bulwark of civilization, it’s powerless or corrupt, collusive, accomplices. In Narcos the local police is almost entirely under the control of Escobar, who, with the famous phrase “plata or plomo” (money or lead), grants to those who try to hindering his projects the alternative between living corrupt or die.

Such risky empathy, according to some, was actually made after the airing of the hit series Gomorrah, “accused” to reveal a psychiatric syndrome, linked to post-traumatic stress disorder, renamed “Gomorrah Syndrome” , victims of which would be teenagers. Of course there is no denying that some phrases of the series have become veritable catchphrases, such as “Sta senz’ pensier“, refrain greeting that characters use in the first season.The so-called “effects of Gomorrah”, have also been brilliantly parodied by The Jackal, with some short videos in which they reproduce scenes and dialogues in everyday situations.

Regarding the mentioned outbreak of violence following the vision of certain series, we should ask ourselves if this couldn’t be caused by the lack of an underlying value structure. If someone is not able to distinguish between good and evil, right and wrong, legal and illegal is easy to fall into that trap gimmick. This is the paradox: how can you accuse a product that fight against evil and illegality to push the audience to acts of violence. The problem is probably different, and much more complex: the violence must not be idolized. Bring it on the small screen is not promotional work.

The mythologizing of these characters should be avoided. It’s impossible to empathize with them; we must continue to talk about reality, continue the work of denunciation, but back in the path of fiction. This is a sort of conscientious therapy: evil is not defended, is not attenuated; on the contrary is presented in all its destructive force; It is the viewer that has to recognize and avoid it.

One thought on “L’esorcizzazione della violenza: sul piccolo schermo trionfano le serie che mettono in scena la cruda realtà

  1. È vero queste serie vanno viste con un forte spirito critico , una coscienza che gli adolescenti e i ragazzi non sempre hanno .Grazie per la riflessione ,non vorrei ritrovarmi un figlio che si atteggi a Pablo Escobar

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