Irène Nemirovsky è, forse, una delle autrici più controverse del secolo scorso; nata in Ucraina nel 1903, all’epoca terza città per importanza dell’impero Russo, in una famiglia di religione ebraica; suo padre, Leonid Borisovitch Némirovsky, era un ricco banchiere, contro il quale i Soviet nel 1918 , misiero una taglia, e fu proprio per questo motivo che la famiglia fu costretta a scappare dalla Russia. Irène, nata da una donna che lei stessa descrive come frivola ed egoista, fu allevata dalla governante francese, che le insegnò la sua lingua d’origine così bene, che divenne la seconda lingua per la scrittrice, e la lingua con cui scriverà per tutta la vita. Questi pochi tratti biografici costituiscono, in un certo senso, i segni distintivi della produzione della Némirovsky: l’infanzia in Russia, la Francia come patria di adozione, il giudaismo, il conflitto madre-figlia. Sono, in effetti, punti cruciali, non solo per la vita reale della scrittrice, ma anche per la vita letteraria dei suoi personaggi, ben visibili in tutti i romanzi.

La sua produzione è, infatti, strettamente legata alle vicende biografiche, tramite un fil rouge in un certo senso chiuso da sua figlia, Elizabeth Gille, con il suo Mirador, romanzo scritto dal punto di vista della madre, per onorarne la memoria e conoscere la donna, oltre che madre e scrittrice, oltre che autrice prolifica e deportata. Mirador è la chiave per comprendere  la vita e le scelte di Irène: dall’abbandono della Russia, all’arrivo in Francia e al successo, fino all’emanazione delle leggi razziali nel 1940, che segnarono la fine della sua carriera, e che relegarono lei e suo marito Michel Epstein, ad un’emarginazione forzata con il loro trasferimento a Issy-l’Evêque, nonché ad un isolamento pressoché totale da tutto e tutti coloro che avevano fatto parte della loro esistenza fino a quel momento. Irène fu deportata nel luglio del 1942, nonostante si fosse convertita al cristianesimo tre anni prima, e morì ad Auschwitz il 17 agosto dello stesso anno. Suo marito Michel, dopo aver intrapreso numerose azioni legali per farla liberare, subì anche lui la tragedia della deportazione, morendo nello stesso campo di sterminio a pochi mesi di distanza dalla moglie, il 6 novembre del ’42.

I romanzi della Némirovsky riescono a suscitare interrogativi, riflessioni, questioni ontologiche gravose e in qualche modo aperte. La cosa che maggiormente stupisce nel leggere le sue pagine è pensare all’intuito e alla profondità con cui questa giovane autrice, che all’epoca del suo primo successo, David Golder, aveva 23 anni, abilmente, descrive personaggi, anzi persone e crea attraverso descrizioni brevi ma icastiche, un’atmosfera perfettamente aderente alla realtà dei tempi. La Nemirovsky, autrice “avanguardista”, con occhio disilluso, ma nello stesso tempo ironico, descrive un’umanità senza tempo e per questo ancora tanto attuale: vizi, virtù, ambizioni, idiosincrasie, passioni, mediocrità. La sua cifra stilistica, inconfondibile e moderna, si rinviene proprio in questa capacità di suscitare in modo semplice e profondo empatia o indifferenza, solidarietà o condanna nei confronti dei suoi personaggi così reali, così concretamente immaginabili, quasi tangibili; proprio per la loro atemporalità. Basti pensare a ‘Jezabel’, pubblicato per la prima volta nel 1936, il cui titolo si riferisce al nome della lussuriosa e manipolatrice moglie del re d’Israele Acab. Jezabel è Gladys, una donna che non riesce ad accettare d’invecchiare, e che, proprio a causa della sua vanità, è sotto processo con l’accusa di omicidio, e ripercorre in tal modo le tappe significative della sua esistenza.

La trama dei romanzi diviene lo spunto per una profonda analisi psicologica; oserei dire auto-analisi: la vita di Irène e della sua famiglia, si intersecano a più riprese con quella dei personaggi. Un’analisi del suo passato e, forse, anche un presagio del futuro, nelle pagine più rassegnate della sua produzione. Ciò che è sempre inconfondibile, è l’attaccamento quasi morboso alla realtà, alle emozioni e alle passioni che i personaggi finiscono per incarnare: tutto ruota attorno ad una precisa orbita sentimentale.

Irène ebbe, negli anni ’30 del secolo scorso, un enorme successo; paragonabile all’oblio cui i suoi romanzi e la sua stessa fama, furono relegati. Fu riscoperta solo nel 2004, quando Denise, la maggiore delle due figlie di Irène e Michel, trovò il coraggio di aprire la valigia contenente gli ultimi scritti della madre, che lei e sua sorella avevano conservato per cinquant’anni, chiusa. Vide, così, finalmente la luce “Suite Francese”, manoscritto della Némirovsky, pubblicato in Francia dalle Edizioni Denoël. Si tratta di un romanzo incompiuto, per il quale l’autrice aveva previsto una composizione in cinque parti. Riuscì a portare a termine solo le prime due: “Tempesta in giugno” e “Dolce”; lasciando solo appunti per la prevista terza parte, “Prigionia”. Di “Battaglie” e “Pace”, restano solo i titoli.

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