<<La fotografia non dice (per forza) ciò che non è più, ma soltanto e sicuramente ciò che è stato>> Roland Barthes, “La camera chiara”, “L’autentificazione”. 

Leggere Barthes è una sfida, ma al tempo stesso è illuminante.

In questo saggio ho percepito come fondamentale il concetto della visione, del visibile. Pensiamo al greco: il verbo ïñáù, che significa “vedere”, nel suo perfetto ïéäá diviene “sapere, conoscere”, dopo aver visto. Mi viene in mente anche il termine latino historia dalla radice éä del suddetto verbo greco, che, dunque, rimanda al concetto di qualcosa di visto: le Historiae tacitiane, ad esempio, sono gli avvenimenti visti, vissuti dall’autore stesso, che vanno dal 69 al 96 d.C..

La “Nota sulla fotografia“, nota come riflessione, considerazione, digressione, è probabilmente una delle opere più penetranti di Barthes. Non occorre essere fotografi per apprezzare e lasciarsi emozionate da questo saggio; è una ricerca dell’autore in sè stesso:<<Dovevo penetrare maggiormente dentro di me per trovare l’evidenza della Fotografia>>. Il suo procedere per immagini visive diviene quasi una “cogito” cartesiano, discorso, interrogazione, confessione.

Una delle prime considerazioni dell’autore francese attribuisce un valore assai particolare alla fotografia:<<Ciò che la Fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente>>. A me sembra pienamente esplicato il valore della “visione” in quest’affermazione: esso non consiste nell’essenza vera e propria delle cose, ma piuttosto una loro rappresentazione. Mi viene in mente la kantiana distinzione tra fenomeno, ciò che appare (dal verbo greco öáéíïìáé), e nuomeno(dal verbo greco íïù, conoscere) l’essenza in sè e per sè. La Fotografia è per me il visibile, non in quanto apparenza, ma poichè questa apparenza riesce a suscitare in noi una riflessione.

La seconda rilflessione di Barthes riguarda la contingenza della Fotografia, <<la Tyche, l’Occasione, l’Incontro, il Reale>>. E continua affermando che <<Questa fatalità […]trascina la Fotografia nell’immenso disordine degli oggetti.[…]La Fotografia è inclassificabile.>>. Il mio discorso potrebbe dunque apparire fallace: come può essere visibile qualcosa di così occasionale, di così irripetibile? La risposta è nella necessarietà della sua apparenza, ma soprattutto nella soggettività d’interpretazione dello spettatore, che può percepirla, come una tela o un testo, a seconda della sua interiorità. Dunque, a mio parere, si sta parlando della capacità di osservare sè stessi, come Barthes tenta con questo suo “quaderno di riflessioni”. In questo senso, egli afferma che <<la Fotografia può essere l’oggetto di tre pratiche (o tre emozioni, o tre intenzioni): fare, subire, guardare.>>. La riflessione di Barthes và via via complicandosi: distingue due aspetti della foto: lo studium e il punctum. Il primo è l’apparenza, mi prendo la licenza di dire, fenomenica; il secondo è l’essenza noumenica, ciò che rimane allo spettatore dell’immagine. Deriva dalla capacità del fotografo, che coglie quella particolare casualità e la immortala per noi, che, più o meno capaci di coglierla, apprezzeremo il punctum.

Barthes non esita a raccontare una particolare circostanza della sua vita: la morte di sua madre. Il ricordo era per lui quasi invisibile, non riusciva più a percepirne l’essenza, nemmeno nelle foto, perchè tutte quelle che osservava erano prive del punctum. Solo dopo aver ritrovato l’immagine della madre bambina, essa ha riacquisito la sua completezza, quasi la vitalità, <<per una volta>>, scrive, confidandosi con noi, <<la fotografia mi dava una sensazione sicura quanto un ricordo[…]>>. Sorge, a questo punto, una domanda obbligata: siamo noi, l’uomo, il singolo non l’umanità tutta, a vivere in virtù della nostra immagine, o è la nostra immagine che si perpetua grazie alla nostra esistenza? Barthes è riuscito a sciogliere il mio dubbio; ognuno di noi “è”, la nostra immagine serve agli altri a ri-conoscerci, a conoscerci nuovamente, a non perderci. La foto è dunque una sorta di emanazione di noi stessi, quasi un percorso psicologico, che aiuta non solo gli altri, ma anche noi stessi a vedere, a renderci visibili.

<<Sempre, la Fotografia mi stupisce, ed è uno stupore che dura e si rinnova inesauribilmente.[…]la Fotografia ha qualcosa a che vedere con la risurrezione...>>.

<<La data fa parte della foto: non già perchè denota uno stile (la cosa non mi riguarda), ma perchè induce a far mente locale, a considerare la vita, la morte, l’inesorabile estinguersi delle generazioni…>>. Ecco, in queste due riflessioni, l’inestimabile valore esistenziale che ho cercato in ogni pagina de “La camera chiara“.

Pensiamo alla frase con cui ho voluto aprire questo percorso, che attribuisce alla Fotografia il compito di <<dire ciò che è stato>>. Questa sua “affermazione” si riscontra, dunque, sul piano della concretezza, della visione, in un rapporto diretto: è la soluzione al labirinto della comprensione, un linguaggio “iconografico” che s’impone alla nostra attenzione presente e passata, in veste di ricordo essenziale.

<<Certo, più di altre arti, la Fotografia pone una presenza immediata al mondo- una co-presenza; questa presenza non è però solo di ordine politico (<<partecipare attraverso l’immagine agli avvenimenti contemporanei>>), ma anche di ordine metafisico. Flaubert si beffava (ma si beffava poi veramente?) di Bouvard e Pécuchet che s’interrogavano sul cielo, sulle stelle, sul tempo, sulla vita, sull’infinito, etc. Questo è il genere di interrogativi che la Fotografia mi pone: interrogativi che rientrano nella sfera di una metafisica “stupida”, o semplice (ad essere complicate sono le risposte): probabilmente la vera metafisica>>.



‘La camera chiara. Note sulla fotografia’, di R. Barthes, in Italia è edito da Einaudi, nella collana “Piccola biblioteca Einaudi” 

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